Discorsi ermetici con Onir

La parola "Alchimia"


La Spagyria






L'Alchimia e la Scienza




Per riprendere il discorso sull’origine dell’alchimia, come prima maestro ed allievo stavano intensamente trattando, si può solamente dire che essa nasce in concomitanza dell’uomo. Non si avrà mai la possibilità di effettuare uno studio di carattere storiografico che evidenzi fonti certe e documentate sulla nascita dell’Arte, poiché essa sfugge al tempo cronografico e all’impostazione metodologica della scienza. Solo in seno all’alchimia medesima si potrà effettuare questo tipo di ricerca, e solo l’iniziando/iniziato troverà individualmente la maniera per giungere alla soluzione della storia. Tutto ciò non si autogiustifica, ma è la sola possibilità: per conoscere un bosco ed i suoi segreti bisogna addentrarvisi necessariamente.

Indicativamente Otto sa, data la sua predisposizione alla ricerca, che le radici rintracciabili dell’alchimia si interrano nell’Antico Egitto, culla di una cultura tanto antica quanto profonda e misteriosa. Si sa che gli antici egizi sapevano maneggiare la natura con estrema perizia e soprattutto in maniera ben poco convenzionale, almeno in merito alla scienza che viene loro accreditata dall’archeologia. È sufficiente poter ammirare e considerare le opere da essi realizzate per rendersi conto che la loro comprensione della natura era molto più approfondita di quanto si possa immaginare.

«Comprendere l’origine dell’Arte è comprendere l’origine dell’uomo, il più grande mistero della nostra umanità. Scoprire l’alchimia significa scoprire come dio si muova nel mondo materiale: capisci pertanto che scovarne gli albori voglia dire avvicinarsi alla mano divina», chiosa a tal proposito Onir. Otto appunta ed annota con precisione e scrupolosità le varie sentenze del maestro, poiché anche nelle più semplici circostanze c’è la possibilità di rintracciare profondi ed importanti insegnamenti sulla via dell’evoluzione. Così, Otto prosegue dicendo: «Maestro, le tue parole mi suscitano grande interesse, ma non voglio cadere nel tranello della falsa conquista, nell’ipocrisia della ricchezza. Nel corso della mia breve esperienza ho potuto maturare la convinzione che mirare a certi scopi è atteggiamento inutile e superficiale: il mio sentimento di coscienza mi porta a stimare l’obiettivo preposto nella sua realtà effettiva, cioè come mi si presenta, e questa è sempre meno valida rispetto al valore attribuito al momento iniziale. Con ciò voglio dirti che mi accorgo della fallacia e miseria dei traguardi che la maggior parte della gente si propone. Ossia, ad esempio: a cosa serve raggiungere i vertici della direzione aziendale se non per puro egoismo?». In filosofia morale si identifica la attuale tendenza all’arrivismo con la parola egoità (comportamento egoista irrazionale) o anche con l’accezione negativa di solipsismo. Da questa eventuale condizione socialmente riconosciuta e pregiata ognuno può trarre vantaggi economici e sociali per sé ed altri raccomandati, ma alla fine dei conti Otto si domanda a cosa serva essenzialmente: «avrò appreso qualcosa? Sarò forse ‘esperto di vita’? Avrò aiutato qualche mio simile in ordine di principio umanista e di coscienza? Avrò sconfitto la più temuta minaccia che l’uomo percepisce, la morte? Ne avrò compreso qualche mistero? Avrò forse evoluto la mia anima verso il bene eterno, tralasciando la temporalità di quello materiale? Avrò mai potuto assaporare i frutti dell’occulto, ovvero di quel sentimento che spaventa la gente per manifesta ignoranza? Avrò coltivato le leggi della morale? Credo che alle mie domande non possa presentarsi altra risposta che un malinconico, satirico e sarcastico sorriso. È mai lecito che la gente possa avvicinarsi alla crysopeia senza prepararsi minimamente? È per questo che l’umanità preferisce la scienza, a causa della sua oggettività e recepibilità comuni? La scienza non richiede maturità a chi la studia: è questo il confine limitativo per chi voglia iniziarsi al sapere alchemico, individuale quanto molteplice al contempo, vero?». Otto sa bene le conquiste della scienza sono senza dubbio lodevoli, poiché manifestano il grado di coscienza ed intuizione che l’umanità ha raggiunto in un dato frangente. Così, la scienza è specchio dell’azione e del pensiero umani ed offre la possibilità di esaminare radiograficamente e trasparentemente dove essi si dirigano attualmente. Ma attenzione: la scienza offre un metodo fondato su verificazione falsificazione, di cui l’uomo per lo più diventa schiavo e non padrone, cosicché la scienza diventa scientismo, ovvero tendenza alla scientificità, che conduce all’analisi sempre ed assolutamente. Senza sintesi non c’è possibilità di chiudere il cerchio (si pensi all’iconografia del serpente uroboro) e perciò la scienza si intruppa in visioni ed interpretazioni sempre più particolareggiate: le scoperte vanno a comporre una scienza del particolare che non è in grado di riconoscersi nell’universale in cui è contenuta. Onir comprende appieno come sia ardente lo spirito filosofico del suo allievo: «Amico Otto, il tuo ardore nella critica sociale ti fa onore, ma non bisogna esagerare nemmeno in questo frangente. Se sei partito col piede giusto sulla strada dell’ermetismo, dovresti sapere che la polemica è argomento proprio di chi si affatica a cercare la ragione minimalista, la ragione spiccia, per fregiarsi di merito quotidiano e occasionale. L’animo di un alchimista è diverso, poiché egli è maturo nella sua intima intuizione della libertà. Come anche Steiner afferma nella sua Filosofia della Libertà, sappiamo che la coscienza di ogni uomo possiede questo concetto di libertà: bisogna bene comprendere cosa essa sia per non sprecarla e per consacrare la nostra breve vita materiale ad un fine aulico ed aureo, libero appunto da fronzoli pleonastici e fallaci. La libertà, posso dirti, è la possibilità divina che noi possediamo nel nostro spazio di coscienza: essa ci consente di apprendere in senso generale lungo gli anni della vita umana. Si tocca qui, caro Otto, un tasto importantissimo per la tradizione alchemico-ermetica, ovvero il senso recondito dell’alchimia. Essa, come già accennato, è un percorso e se, quindi, vogliamo fare tesoro degli insegnamenti ermetici nel tempo concessoci, dobbiamo seguire quel percorso, dedicandoci ad apprendere al meglio delle nostre possibilità. Bada bene che ho detto al meglio proprio perché non importa molto la quantità di elementi e nozioni che un uomo possa accogliere: si rischierebbe, così, di cadere nell’erudizione ottusa e scolastica. A discapito della quantità di dati immagazzinati dalla nostra mente, si deve preferire la profondità di quelli necessari allo svolgimento del cammino per giungere alle ricchezze divine: conta la qualità di come si apprende durante il percorso, null’altro». Onir adora riportare un classico esempio, quello del falegname, ben noto a chi abbia studiato la filosofia antica ed abbia saputo apprezzare le virtù assolute degli Antichi Saggi. Infatti, il falegname, giorno dopo giorno, conquista l’arte della falegnameria e sviluppa, di conseguenza, pazienza, attenzione, sagacia, tenacia, tecnica, abilità, bravura. In sostanza, nel suo lavoro e nella sua persona egli è maturato per un preciso fine, e se vuole operare nel modo migliore dovrà attenersi a quel protocollo, che dal suo animo è sgorgato grazie alla riflessione intima.

«La maturazione - prosegue il maestro - è ciò che ci interessa, niente è più significativo per la vita di un alchimista. Ogni giorno dobbiamo interrogarci su cosa stia capitando alla nostra esistenza ed all’esistenza del mondo: pian piano la nostra anima intraprende il cammino e si evolve, giunge a maturazione, si riavvicina al suo ambito di provenienza e ci conduce all’Hortus Divitiarum. Così come il fuoco operativo è nascosto in ognuno degli elementi, così anche il fuoco della maturazione spirituale alberga nella nostra anima, nella nostra coscienza, e vuole alimenti per ardere. Noi dobbiamo imparare a distillare con pazienza tutto lo spirito intrinseco e nascosto che è in noi, per liberarlo dalle briglie della fragilità e della temporalità e riconnetterci al divino».

Non è affatto facile potersi immergere nello studio e nella pratica alchemica così come lo si può fare con una qualunque altra disciplina: qui siamo nell’ambito della massima espressione della sapienza umana e divina, siamo nell’ambito dell’arte. Già, l’arte. Ma sapremmo dare una definizione di arte appropriata alla nostra ricerca? Otto, in verità, sembra una persona ancora troppo ancorata alla sua filosofia scolastica, e sebbene compia spesso peripli fantasiosi e sogni incantatori, la sua intuizione non è pronta per l’accesso alla Porta Magica. Onir conosce bene la situazione e, proprio per non depauperare la fortuna che Otto potrebbe raggiungere, si tiene cauto nelle sue rivelazioni e confessioni. «Il fuoco della conoscenza è una fiamma salda e costante – ammonisce sempre il Maestro – e proprio per questo non si deve alimentarla troppo o troppo poco». Ma torniamo all’arte, dato che l’alchimia così si definisce e si tiene ben lontano dal volersi dire una scienza o una disciplina. «Maestro, posso provare a dare una mia interpretazione sul perché l’alchimia si definisca arte e non scienza?». Onir accetta volentieri lo stimolo ardimentoso del giovane allievo: «Prova, amico mio». Otto non si lascia certo sfuggire l’occasione, e col suo sguardo riflessivo teso verso un punto indefinito del salotto di ritrovo prova ad offrire la sua: «Onir, credo che l’arte sia qualcosa di più profondo della scienza, poiché la scienza si basa sulla metodologia e sulla tecnica. È pura logica e razionalità determinate da protocolli prefissati allo scopo di consentire una ripetitività delle osservazioni e degli esperimenti. È il metodo scientifico-oggettivo, no?». «Certo, - replica Onir – ma attento a non voler estremizzare la tua posizione: la scienza ha limiti e demeriti, ma anche moltissimi meriti che non vanno dimenticati né sottovalutati». Otto è guidato dalla sua veemenza contro il sapere puramente scientifico e spesso si lascia prendere un po’ la mano dalle forzature: «Hai ragione Maestro, ma sai che spesso preso dall’enfasi non riesco a limitare la mia invettiva contro l’atteggiamento scientifico. Non aborro di certo la scienza in senso lato, solo la sua pretesa di voler risolvere tutto a modo proprio senza considerare altre soluzioni: è la spocchia, la superbia che mi infastidisce, ma so anche che queste sono caratteristiche dell’uomo e non del sapere scientifico in sé. Comunque sia, voglio esprimere che l’alchimia è arte e che questa è superiore alla scienza poiché si rivela essere tecnica sommata a genio personale, spirito singolare. Intendo dire che imparare la tecnica della scultura non è imparare l’arte della scultura: se io apprendo la tecnica da uno scalpellino ed imparo a destreggiarmi col bulino, non sarò certo necessariamente Michelangelo, no?», così Otto raccoglie l’approvazione di Onir, comodamente assiso sul suo sofà. Ma il Maestro aggiunge: «Amico mio, hai detto bene al proposito, l’arte supera la scienza poiché fonde ragione e sentimento, spirito e materia, tecnica e riflessione. Però non tutti diventano artisti a tutto tondo: anche in alchimia puoi apprendere le tecniche e non diventare necessariamente un Cosmopolita o un Rubellus Petrinus. Nell’arte c’è una componente inspiegabile e divina che interviene durante l’opera dell’artista: è un dono, una illuminazione. La nostra arte ci induce a modificare noi stessi al fine di abbracciare al massimo la semplicità del mondo e della vita, al fine di comprendere con naturalezza e circolarità la natura e le sue manifestazioni, al fine di intuire e seguire la volontà di dio che sta dietro alla creazione. E poi ricorda, compagno filosofo: l’alchimia è arte perché necessita di una lunga meditazione, di una fase di interpretazione propria e poi di una fase di espressione operativa. Non c’è speculazione che non debba essere seguita da manifattura, altrimenti si ricade nel tranello da te stesso individuato prima: la parzialità della visione e dell’interpretazione». Subito di conseguenza, Otto viene improvvisamente colto, fra sé e sé, da un pensiero: il fatto che la volontà umana sia inferiore ed infima rispetto all’immenso disegno del Grande Architetto. In effetti siamo consapevoli che il volere umano è una mistura di sentimento e logica: la cosa è innegabile. Ma la nostra volontà può essere indirizzata in maniera più corretta, più limpida, più pura di come oggi non lo sia a livello globale: la purificazione, ecco la vera e concreta ricerca dell’arte. Infatti, anche nei suoi aspetti più prosaici, come siamo spinti a cogliere l’arte? Essa si esprime come un flusso canalizzatore che si immerge nell’artista per poi fuoriuscirvi in una qualche manifestazione: l’operatore, con la sua ispirazione e la sua tecnica, interpreta in qualche modo uno spirito universale. L’alchimista opera alla stessa maniera: studia, impara, riflette, matura, coglie l’energia che fermenta pian piano in lui e la esprime sulla sua tela e con la sua tavolozza, ovvero con i matracci, le storte e gli elementi del mondo minerale, vegetale ed animale. Otto è affascinato da questa riflessione, ma allo stesso tempo ne è intimorito, poiché spesso sente di non essere in grado di cimentarsi con l’arte: «In fondo, Maestro Onir, non si dice che artisti si nasce? Molto sovente mi interrogo sulla mia staticità nei lavori e mi perdo un po’ d’animo: questa condizione mi preoccupa». Onir, aspirando pacatamente la sua sigaretta, sogghigna un po’, ma è un riso di comprensione: «Caro Otto, demoralizzarsi è proprio di chi sta imparando a conoscere la potenza della forza che sta cercando di studiare. Credi che intraprendere il cammino alchemico sia solo leggere delle ricette, farsi balenare per la testa qualche buona intuizione sulle mescolanze delle materie e realizzarne delle nuove? No di certo, amico mio, questo è un corso di lezioni di chimica che puoi fare all’università, ma l’alchimia non è un seminario didattico: tienilo ben presente. Fai bene a temere di sperperare il tuo tempo: festina lente, o ben poco potrai apprendere, poca strada potrai percorrere». Le parole di Onir senza dubbio rincuorano il suo allievo, ma il timore di smarrirsi persiste senza condizioni nell’animo del giovane apprendista: «So bene che l’alchimia è molto più che qualche testo da studiare e qualche operazione da sperimentare. È proprio questo che mi spaventa. Ma al tempo stesso comprendo che se non fossi spaventato, la mia presunzione mi porterebbe alla cecità, all’ottusità: non riuscirei a predisporre il mio animo e la mia mente all’apprendimento». In effetti, ricordiamo che l’alchimia è un percorso iniziatici verso una nuova dimensione della coscienza e dello spirito, che si riflette sulla materia, poiché quest’ultima è la reificazione di quell’evoluzione non empiricamente tangibile. In sostanza, la Grande Opera è l’opera su se stessi: un’opera seria, determinata, umile, silenziosa, costante e mai affrettata. «La trasformazione della materia è speculare a quella dell’anima dell’artista – prosegue Onir, mentre si aggira nel laboratorio in cerca di vetri e contenitori da riordinare – ecco perché all’alchimista importa relativamente di ottenere l’oro filosofale: esso è la manifestazione della riuscita purificazione di sé medesimo e riesce solo se lui ha compiuto la sua purificazione. La materia interagisce con l’operatore e viceversa e questo è un grande misterioso arcano divino». Infatti, le trasmutazioni dell’antimonio, ad esempio, vengono operate purificando questo metallo con spirito di vino ed altre semplici sostanze, ma l’opera è lunga e costante: perdere dei passaggi è letale. La qualità più straordinaria da notare nell’alchimia è che, come in ogni arte, l’operatore si relazione alla sua opera, nutre sentimenti e riflessioni per essa, se ne innamora o la detesta, la sente e la percepisce come una sua proiezione esterna. Di qui possiamo capire perché solo l’uomo in via di purificazione riesca a perfezionare la condizione empirica della materia. A differenza della chimica, o della scienza in generale, l’alchimia è molto più semplice, poiché usa l’osservazione delle leggi naturali ed intuisce il modo per accompagnarle verso il miglioramento, meta irraggiungibile dalla sola attività naturale. Le materie alchemiche del laboratorio sono cose semplici, molto meno sofisticate e posticce di quelle del laboratorio chimico ed è proprio grazie alla loro naturalità che l’operatore può sperare di perfezionarle, non prima di aver agito su se stesso. «L’alchimista è la prima materia su cui iniziare il lavoro – riprende Onir – senza questa propedeutica operazione di risistemazione della propria anima non si parte per nessuna destinazione». Otto ascolta gorgogliare dentro di sé quell’emozione che si prova di fronte ad una gratificazione per meriti morali: poca forma ma grande, immensa sostanza. Le gioie della coscienza offrono un certo tipo di piacere che umanamente supera quelle sensazioni che ci vengono proposte dalle soddisfazioni materiali: vincere al lotto una grossa somma di denaro è piacere smisurato, non c’è dubbio, ma venire lodati, anche indirettamente, per un serio merito morale è una saetta dal profondo, una scossa che fuoriesce dalle viscere della coscienza e della carne. Non ci possiamo convincere che il piacere sia uguale alla gioia, poiché un piacere è solitamente subitaneo, di breve durata anche se magari di forte intensità: esso è sempre condizionato da una situazione materiale, finalizzata, sottostante ad un interesse particolare. Una gioia, invece, ha tutto un altro sapore, poiché determina una vibrazione dentro di noi che ha del miracoloso, ci assetta su una condizione angelica, benefica, benevolente: siamo diversi quando gioiosi rispetto a quando godiamo di un piacere. La cosa è palese, sfido chiunque a negarla. Il piacere è un bene materiale, la gioia è un bene catastematico, puro, incondizionato. Ma perché Otto ha provato e pensato questo al termina delle parole del Maestro? Come già ricordato, l’antagonismo del giovane allievo verso l’atteggiamento scientifico è dichiarato, ma non senza pregiudizio, tanto che Otto vuole riportare un esempio ad Onir: «Maestro, le tue parole dovrebbero riecheggiare molto più spesso nelle orecchie di quegli uomini di scienza che pensano di poter spiegare tutto senza alcun altro ausilio che non sia scienza. Non voglio incappare nell’errore che prima abbiamo commentato, ho compreso la lezione, ma voglio raccontarti un fastidioso episodio che ho vissuto in prima persona qualche anno fa: cosa di poco conto in valore assoluto, ma la dice lunga sul contesto in cui il mondo si muove». Onir incuriosito aspetta di sapere cosa è accaduto al giovane Otto tanto da lasciargli il classico dente avvelenato. «Bene – inizia Otto – premetto che è cosa da poco, cui non ho neanche replicato se non con un sogghigno: ma ho prestato attenzione all’evento come chiaro fenomeno presuntuoso a livello socio-culturale. Era una sera dell’ottobre di un paio di anni fa, pochi giorni prima di partire per Barcellona, dove avrei potuto insegnare all’università storia ed idee dell’alchimia per un corso di lezioni di un mese. Al bar, per una buona birra fra amici, si chiacchierava di frivolezze, come sempre con certe compagnie. Con altri amici, devo dirlo, ci si sente in migliore relazione. Comunque sia, uno di loro, provetto ingegnere delle infrastrutture, non sapendo il motivo del mio viaggio in terra catalana, mi chiede cosa andrò a fare a Barcellona. Rispondo che terrò un corso di 20 ore all’università. “Su che argomento?”, chiede lui. “Filosofia”, replico io, proprio cercando di evitare sgradevoli commenti particolarizzati. Ma nulla, lui non si arrende e domanda ancora: “Si, ma che tipo di filosofia?”. Che domanda curiosa. A quel punto mi tocca sputare il rospo: “Alchimia, storia e concetti del pensiero alchemico”». Onir, sigaretta spenta fra indice e medio, sorride con malizia, come se sospettasse già il seguito della vicenda passo per passo. «Ecco – riparto – che il mio amico mi guarda col classico sguardo del genitore vissuto che scopre l’ingenuo inganno del figlioletto appena adolescente: sorriso storto ed ironico, primi commenti pronti a sgorgare dalle sagge labbra del sapere ufficiale. A quel punto, mentre si consuma questo incrocio di sguardi, l’amico si volta verso un’amica, ragazza dal carattere mite ed umanistico, che era proprio vicino a noi, al bancone del bar e le dice: “Ti rendi conto? Ti rendi conto di come la Spagna spenda i suoi soldi? È pazzesco, pagare uno che vada all’università a raccontare le barzellette, anziché stipare fondi per la ricerca scientifica!”. Grande tolleranza, no?». Onir si sistema comodamente sul divano ed accesa la sigaretta commenta fra l’ironico ed il laconico: «Cosa ti aspettavi? Che un sapere criptico, millenario e astruso anche ai suoi cultori venga accolto a braccia aperte e con calore da chi traffica quotidianamente con gli impianti di smaltimento dei rifiuti? Sei ancora troppo ingenuo, amico mio. Grande lode a chi costruisce gli impianti e le strade, le ferrovie e gli aeroporti, ma come ti ho già detto siamo di fronte ad un problema di coscienza, non di scienza. Il chimico conosce molto meglio la materia a livello molecolare e applicativo, ma non sa nulla di come poterla trasformare senza applicare il metodo scientifico: ecco, la differenza risiede nella qualità dell’approccio, e questo è competenza umana individuale, non s’impara semplicemente sui libri. Nemmeno l’alchimia ti verrà spiegata interamente sui libri: dovrai essere tu a crescere ed a meritartela». Otto capisce ed immagazzina la saggia osservazione, facendone tesoro. La scienza, come più volte ammonito, non comprende perché lavora solo esternamente, non considera la totalità ma si accontenta della parzialità della ricerca. Il problema sta nel fatto che l’uomo crede che il sapere scientifico spiegherà tutto, mentre non potrà farlo per sua stessa natura. Per di più, l’uomo è figlio del vizio, del peccato e per questo tende a fregiarsi di meriti superficiali sostenuti con boria, spocchia e presunzione: un vero peccato. Ovviamente non si faccia di tutta l’erba un fascio, come recita il proverbio: ci sono molte eccezioni, ma la tendenza generale è questa. Basti pensare al giuramento di Ippocrate che ogni medico deve prestare. In esso è contenuta la clausola che per poter essere un vero medico, cioè un uomo di scienza, fra le altre cose l’uomo non dovrà percepire denaro dalle prestazioni per le cure di un malato. Si potrebbe sostenere una tale tesi nella nostra società senza essere ritenuti squilibrati e vicini all’ospedale psichiatrico? Si badi bene che Ippocrate dice che un uomo deve essere medico e non fare il medico: oggi si fa la professione, un tempo c’era uno spirito più profondo, più intimo, meno ignorante. Sappiamo bene quali incredibili vantaggi ci offra la medicina oggigiorno, specialmente la chirurgia, ma come si può dire che il medico sia un uomo a tutto tondo? Quanti di noi hanno incontrato medici ignoranti e schiavi del loro titolo, inebriati dal reddito mensile? «Maestro – dice Otto – ma che coscienza c’è al mondo se per fare la pace (o se si usa sventolare questa bandiera per nascondere operazioni meno velleitarie) si deve prima fare la guerra? Il dualismo, lo scontro fra gli opposti non si sanerà mai!». «Caro Otto – seguita il Maestro – non inasprirti ad esteriorizzare queste tematiche nobili, perché potresti perdere il filo di Arianna. L’alchimia è una conoscenza profonda, intima, unica, inimitabile e misteriosa anche per chi giunge al termine del percorso. Ma il compimento non ti verrà garantito mai né ti garantirà di scoprire ogni mistero. Il compito di un alchimista è il più aulico mestiere che si possa svolgere in questa vita bizzarra ed a tratti ridicola: noi abbiamo una missione da compiere, mantenere viva la coscienza divina che è in noi. Mi chiedi come superare il dualismo della realtà? Molto bene, questo l’inizio dell’Opera: assimilare ciò che apparentemente è dissimile, sposare le nature essenziali delle sostanze, armonizzare la materia, ristabilire l’ordine divino. Amico mio, dio non è né un burattinaio né un pokerista, né un muratore, né un giudice iracondo e volubile. Le parole non sono sufficienti a discorrere sul mistero della vita e della creazione, lo devi intuire con le tue forze ed il tuo animo. Persegui l’arte: solo essa ti potrà condurre al piano più alto del palazzo della vita umana. Cosa ci sia dopo te lo potrà svelare solo dio». Non è difficile farsi rapire da queste sagge parole del Maestro, ma allo stesso tempo non si può certamente asserire che sia semplice abbandonarsi effettivamente a questi insegnamenti rimanendo immersi nelle vicissitudini della moderna quotidianità. Otto è un allievo diligente, umile, dedito alla lettura dei testi, ma ciò potrebbe non essere sufficiente. Infatti, vogliamo offrire un esempio di ‘mancata purificazione’ ricordando un grande alchimista moderno, Eugene Canseliet, discepolo ed amico intimo del leggendario Fulcanelli. Canseliet praticò per anni l’alchimia e non smise mai di farlo sino al 1982, anno della sua morte. Nonostante ciò, non riuscì a raggiungere l’ambito traguardo: la pietra filosofale. Già, ma cos’è in vero la pietra dei filosofi? Otto ne è assolutamente affascinato, ma forse non ha ancora compreso bene il suo intimo significato: «Maestro, la grande differenza che passa fra metodo scientifico e metodo alchemico è che non è assolutamente certo che tu riesca a raggiungere il traguardo, no? Ma il traguardo non è l’oro, è la pietra. Una pietra che non è pietra, come molti testi ci insegnano: ma allora cosa potrà essere?». Onir comprende immediatamente la smania del giovane allievo a scoprire gli arcani della natura: «Potrei risponderti che la pietra filosofale sei tu, amico mio!». Otto corruga un poco la fronte, facendo smorfia di ingenua disapprovazione, ma anche di stupore: «Onir – risponde l'allievo con un briciolo d’ironia - sono lusingato! Ma non ti sto mica chiedendo di indicarmi tutti i passaggi per la realizzazione! Vorrei solo sapere che aspetto possiede, che forma ha, come venga poi usata. Un suo sinonimo è polvere di proiezione, non è vero?». «Amico Otto – replica Onir – se tu volessi fortemente conoscere il segreto della pietra io potrei anche svelartelo, ma sappi che ti deruberei della tua dedizione, dello scopo della nostra vita: la ricerca. Ricordi un certo Socrate? “La vita senza ricerca non è degna di essere chiamata vita”, soleva ripetere. Se l’alchimia è un percorso, come la gestazione, non posso rivelartela in alcun atro modo che non sia graduale, assecondando le tue ricerche, le tue intuizioni, la tua preparazione e la tua capacità di trasformare il male in bene. Se un uomo conoscesse il segreto nemmeno lo apprezzerebbe; sì, magari per qualche ora ci penserebbe, ma poi? Chimera, utopia, fantasia: si torna alla vita quotidiana, che sì è reale! No, caro Otto, devi procedere secondo la tua strada e trovare il sentiero giusto: io potrò aiutarti a svelare degli arcani, ma il grosso del lavoro e la sua essenza verranno dal tuo spirito. Quanto alla forma della pietra…beh, essa si presenta come una polvere, come pane sbriciolato finemente. È rossastra, intensa, alla vista questo colore sembra sconosciuto: se la getti su un metallo sciolto, essa purifica il metallo e riporta alla sua terrena perfezione massima raggiungibile, l’oro. Ecco perchè all’alchimista poco interessa arricchirsi con esso: una volta realizzato si è giunti a piena purificazione, il percorso è finito in questa vita. Si deve solo cercare di invogliare gli altri a incappare sulla via della redenzione». Otto sa che Onir ha perfettamente ragione e questo gioca a suo vantaggio. Il giovane allievo non ha interesse ad affrettarsi, ma vuole imparare e scoprire: la strada è giusta, ora bisogna impegnarsi a percorrerla nel modo corretto. In fondo, la materia è specchio degradato dello spirito: «Maestro, sono entusiasta del tuo insegnamento, ne farò tesoro! Avevo sempre pensato, durante la mia trafila filosofica all’università, che la materia fosse solamente la proiezione meno ricca dello spirito universale: per dirla alla Plotino, una emanazione degenerata. Ecco dunque perché nemmeno l’oro fisico attira il virtuoso: esso è materia, e colui che ha applicato la proiezione su se stesso ha trovato dio, e dunque non andrà in cerca di ciò che possiede un valore inferiore. La purificazione dello spirito è infinitamente maggiore a quella della materia, cosicché un iniziato che abbia terminato il percorso, raggiunge quasi un’altra dimensione, pur vivendo in questo mondo. Noi siamo troppo ciechi e legati all’abitudine per comprendere cosa scorra sotto e sopra di noi: e pensare che basterebbe poco per portare giù quello che sta su ed innalzare quello che sta giù!». Questa riflessione, propria della Tabula Smaragdina del leggendario Maestro Ermete Trismegisto, non fa altro che esplicare per concetto il midollo peculiare dell’alchimia: lo sposalizio di nature apparentemente contrarie, ma intimamente affini, volto e predisposto al perfezionamento della loro condizione. Per fare un esempio simbolico ed operativo, sarebbe come dire che il fuoco contro natura sia solamente ciò che combatte la natura di un corpo e del suo spirito. Apparentemente cosa pensiamo di ciò? Il nostro metodo razionale strutturato su di un impianto logico e categorico ci trascina verso una risposta conseguente del tipo: “è ovvio che se questo misterioso fuoco sia contro natura, allora esso sarà un agente che la combatte indistintamente”. Questo è un tipico errore in cui s’incappa immancabilmente; Otto conosce bene questa condizione, poiché ripetutamente e costantemente commette sbagli dovuti ad abitudine razionalistica: pertanto risultano importanti non solo la correzione che Onir gli offre, ma anche la presa di coscienza dell’allievo della sua tendenza. «È molto difficile riuscire a liberarsi dei preconcetti e dei pregiudizi che la nostra società impone al nostro modo di pensare – riprende Onir – perché l’abitudine è una forza molto radicale in seno allo spirito umano. Ma ciò che maggiormente spaventa è l’assoluta mancanza di ricerca, di propensione ad interrogarsi su questioni di ogni genere. Se manca il dubbio è vige solo la certezza, si creeranno sempre più pregiudizi e preconcetti che intorpidiscono l’animo e la ragione umana: in medio stat virtus! Dove spadroneggia un estremo sull’altro, in questo caso il dogma sul dubbio, non ci sarà mai equilibro: l’alchimia vuole ripristinare questo equilibro per poi ripartire alla volta del perfezionamento». Il concetto è cristallino. Quale uomo riuscirebbe ad immaginare solo con le sue forze che il fuoco contro natura non è altro che l’acidità? Otto non ci sarebbe mai arrivato senza una spiegazione: «Maestro Onir, non mi aspettavo certo di scoprire che l’acido è il fuoco contro natura. Pensavo invece a qualcosa di celato nella materia, come il fuoco centrale o elementare, idee molto più difficili da comprendere che non un acido!!». «Ma mio caro amico – gli risponde Onir – quante volte ti ho ribadito che l’alchimia è semplice? La difficoltà viene posta dal nostro modello analitico di pensiero: ci sembra che sia più evoluto ciò che è difficilissimo. La scienza procede con questa metodologia, ma finché l’analisi non giungerà ad una sintesi, gli sforzi fatti per incrementare le conoscenze scientifiche rimarranno ingenue, stolte avversarie della Natura». Certo, come si potrebbe convincere uno scienziato che l’alchimia si possa scoprire solo grazie all’intervento di un iniziato, che accetti di prenderti sotto la sua ala protettrice, o tramite la più classica delle illuminazioni divine? La scienza è pubblica, tutti possono iscriversi alla facoltà di chimica o fisica ed iniziare un corso di studi; chiunque, poi, può semplicemente comprarsi testi scientifici e leggerli fin tanto che li imparerà. Coi testi alchemici non si potrà mai fare così: essi celano qualcosa che sta dentro il lettore, non solo dentro le parole arcane dell’autore. Lo scienziato non tira fuori nulla da se stesso se non dalla sua ragione: l’alchimista deve saper osservare il mondo e se stesso a tutto tondo. «Potremmo forse spiegare – dice Onir – agli scienziati che l’uomo è un progetto che, in quanto tale, implica finalità? Potremmo forse sperare che qualcuno ammetta che dio voglia sperimentare creando dei progetti gettati e finalizzati in questo mondo, gli uomini? L’uomo è la sperimentazione divina con metodo progettuale e non con metodo di percorso. Il percorso lo compie l’uomo nella sua sperimentazione, mentre cerca di ricondursi a dio: ecco l’alchimia. Spendere energie interrogandosi su dio necessariamente conduce ad una espansione animica; questa espansione, che avviene nella nostra vita terrestre, ci recapita qualcosa che viene dalla dimensione del divino. Ecco allora che il confronto interpersonale non possa far altro che amplificare le espansioni animiche, quindi migliorare le nostre capacità. Questo dimostra che sì l’alchimista opera da solo, nel suo laboratorio, ma per il resto deve saper affrontare il mondo in cui vive in senso completo. Il mistico, invece, è una sorta di perdente, poiché egli rinuncia a questo confronto col mondo. Estraniandosi, il mistico non ha contatti con gli altri uomini, che sono al mondo in quanto sfaccettature di ogni singolo uomo. Dunque: in laboratorio con l’allievo o da soli, nel resto della giornata confrontarsi per imparare ed amplificare le nostre qualità».