Discorsi ermetici con Onir

L'Alchimia e la Scienza


L'Alcol






La Spagyria




Le parole di Onir risuonano costantemente nella mente del giovane allievo, i suoi pensieri si affastellano con passione ed Otto avverte dentro di sé i rimescolamenti della sua attività interiore: questa è già una conquista significativa, non c’è dubbio! L’alchimia è trasformazione, passaggio da una condizione di impurità ad una condizione progressivamente più pura: il suo campo di applicazione è la vita intera, il suo campo di studio è sempre la vita intera. Quindi trasmutazione di pensieri che si deve accompagnare alla trasmutazione della materia, dove quest’ultima manifesta la sfera sensibile e tangibile di ciò che si è trasformato a livello metafisico ed animico. Ecco perché l’arte regia viene stimata un percorso e non un semplice corso formativo: la differenza sta nel fatto che il percorso deve essere praticato con spontaneità ed autonomia, mentre il corso è una sorta di indottrinamento predeterminato. In alchimia ognuno può seguire una sua propria via, un suo cammino, che prende una sua ben delineata connotazione privata man mano che si procede nello studio e nella pratica. Esattamente come l’acqua, mentre cola su un tratto di terra, inizia a delineare una strada individuale ed autonoma, geometricamente frattale, così anche ogni adepto deve delineare il suo profilo filosofico muovendosi con fare individuale: certamente il maestro guida, così come guida l’illuminazione divina, ma l’allievo deve prima o poi venire abbandonato alle sua capacità. E proprio dalla materia dalla quale si parte, come illustrato all’inizio del nostro scritto, possiamo affermare che si potrà estrarre qualcosa di miracoloso.

Otto ha già sentito parlare della via della rugiada ed il maestro la conosce approfonditamente. «Cosa possiamo dire dell’acqua di rugiada, maestro Onir? So che da essa, adeguatamente trattata, si può estrarre il miracolo più grande della natura, no?». «Hai ragione, amico mio – risponde Onir – essa è davvero la culla del grande arcano della natura. Da molte cose si può estrarre la Pietra Filosofale, lo abbiamo già detto, infatti esistono parecchie vie operative da poter percorrere; ma dalla rugiada esce qualcosa di incredibile con una preparazione piuttosto semplice». Otto inchioda la vista sulle labbra del maestro al fine di poter subentrare con un suo commento non appena Onir avrà terminato di parlare; l’impulsività del giovane allievo non è ancora completamente controllabile e la sua smania di sapere è irrefrenabile, tanto che a volte i pensieri gli fluiscono nella mente così rapidi e limpidi da non poter essere trattenuti a sufficienza per venire poi espressi in parole! «Maestro, io so che la preparazione è semplice: è una semplice cottura in balneo a patto che la rugiada sia raccolta in un certo periodo dell’anno e che venga preventivamente sposata ad un magnete che abbia la capacità di fissarla. Ho appreso male?». Onir lo scruta con curiosità e gli dice con cauta approvazione: «Non sbagli, per ora. La rugiada primaverile va raccolta a cavallo dell’apice del novilunio ed è una sostanza unica al mondo. Solo in essa c’è il peso di natura corretto per poter praticare le nozze chimiche e preparare la polvere di proiezione». «Ma Onir – riprende a domandare l’allievo – non potremmo utilizzare la pioggia per queste operazioni? D’altro canto abbiamo visto e detto che l’acqua piovana possiede al suo interno il salnitro celeste che è tanto salutare per la vita umana». Durante l’esposizione della considerazione di Otto, Onir assunse uno sguardo come se sapesse già ciò che stava per proferire l’allievo, cui così egli risponde: «Vedi? Ti aspettavo proprio a questo varco, la tua opinione non è più giusta, me lo immaginavo. Sei attento ed intuitivo, ma hai saltato un passaggio fondamentale: la questione del peso di natura. Esso è la peculiare densità di sostanza spirituale e materiale che un corpo possiede: solo la rugiada primaverile, raccolta in un certo determinato periodo, possiede quest’armonia intima per venire trattata in un certo modo, mentre la pioggia non possiede quella particolare densità. L’acqua piovana è più ricca di flegma, che non porta giovamento, mentre la rugiada possiede il peso naturale aureo. La pioggia è identica alla rugiada non fosse che è meno armonica di essa, meno densa, meno ‘pesata’. Quindi, caro amico, è ben difficile che possa riuscirti di accordare la densità della pioggia su quella della rugiada di primavera: se fossimo in grado di farlo, allora potremmo usare anche la semplice acqua piovana. Ma vuoi sapere come si procede?». Otto freme sulla poltrona dove siede: è vigile come un ghepardo che sta puntando una preda da cacciare per sfamare i figli! «Bene – riparte Onir – bisogna capire qual è il suo fissante: non posso rivelarti tutto, ma devi comprenderlo tu col mio aiuto. Si prepara un balneo molto semplice e la si lascia a digerire per diversi giorni a fuoco moderato. In questo modo si attuano la putrefazione, la separazione, la sublimazione e la fissazione del nostro elemento divino. Ti accorgerai dei cambiamenti ultraterreni, mentre osserverai ed ascolterai il contenuto del tuo pallone di vetro maturare con delicatezza».
Otto conosce bene il detto alchemico che recita putrefactio est perfecta separatio e si accorge sempre più che l’atteggiamento proprio di un filosofo ermetico della natura altro non è che la riscoperta di un approccio al mondo radicalmente diverso da quello proposto dal dogmatismo positivista e dal luogo comune: «Sembra incredibile, maestro, che la Natura si spieghi così limpidamente e che noi uomini evoluti e tecnologici non siamo capaci neanche di striscio ad ascoltarla. Manca tutta una propensione all’attenzione, alla meditazione, all’osservazione che quasi mi sbalordisce: è un’assurdità! Se l’umanità si dedicasse maggiormente all’osservazione di ciò che lo circonda, troverebbe solo vantaggi per la sua vita: ricchezza, sapienza, armonia, pace, convivenza. E invece accade tutto l’opposto. Ma com’è possibile che l’uomo sia così stupido, becero, idiota? Mi piange il cuore, guarda, mi rammarico davvero a sapere che c’è gente malata di cancro che spende soldi a palate per ingrassare le tasche di quei medici che promettono loro di…non guarirli!! È la follia! Il nostro elisir potrebbe fare veri miracoli; i preparati spagirici apportano grande aiuto all’organismo malato senza produrre controindicazione: perché allora non una interazione fra le due cose, per lo meno? Non dico di abbandonare la medicina tradizionale, ma se non altro di ampliare il campo visivo degli scienziati». «Caro Otto – riprende Onir – sei di animo buono e conseguentemente ingenuo. Gli scandali medici sono famosi ed ancora di più se possibile. Ti infervori sbagliando la mira: domandati piuttosto perché la gente ciecamente accetta di abbandonarsi nelle mani del medico. Inoltre, ci sono molti medici che venderebbero la loro anima pur di salvarne un’altra: l’intenzione è buona, purtroppo non conoscono la giusta direzione del percorso. Mi poni l’esempio del malato tumorale, oggi tristemente fatto statistico piuttosto ricorrente: bene, hai in mente quale affare economico colossale possa girare attorno a questo settore? Converrai con me che rivelare che il cancro può venire arrestato con l’utilizzo di piante come l’aloe, come il vischio e come la soia si scontrerebbe immancabilmente con interessi economici troppo potenti, no? Vorresti sovvertire l’ordine delle cose? Eh..anch’io lo vorrei, ma non è così che si operano le trasformazioni. Già, caro amico, perché anche qui si tratta di trasmutare una cosa in un’altra, migliorandola: la coscienza umana è misera, macchiata ancora della metafora del peccato originale. Se il mondo vuole progredire realmente, e non surrettiziamente come oggi si vuole far credere, bisogna operare sullo spirito e sulla coscienza. Solo così si potranno avvertire sintomi di miglioramento sociale e scientifico a livello planetario. La vera e profonda battaglia si combatte contro il pregiudizio, il dogma, l’assenza di critica e la volontà sopita, contro l’imposizione di un ordine prestabilito dai burattinai del mondo (che sempre sono esistiti e sempre esisteranno) e contro il vizio: l’uomo è ancora troppo barbaro per ricevere certi doni del suo creatore». Otto si lascia spesso trasportare dalle questioni sociali, perché, cosa su cui Onir si trova in piena sintonia, esse rappresentano sul piano ‘politico’ la materia alchemica grezza che bisogna raffinare attraverso le operazioni di laboratorio. Senza un’adeguata preparazione ed uno stimolo proveniente dal suo intimo, nessun ordinamento sociale potrà mai migliorare il sostrato del suo popolo. Bisogna lavorare, studiare, meditare ed operare: ecco il percorso. Come le cellule cancerose vengono congelate dal vischio, così le malattie sociali (che altro non sono che malattie etiche) devono trovare la loro corretta cura, che oltre a guarire la società dalla malattia assicureranno un rinnovamento per un futuro migliore.

Ma riprendiamo la nostra alchimia di laboratorio. Otto ha studiato alcune preparazioni spagiriche da sottoporre al vaglio della più esperta maturità del maestro. L’alchimia verde, o anche detta “spagyria”, si occupa della realizzazione di prodotti finalizzati alla terapia di molte malattie, fino a giungere alla ricerca dell’elisir di lunga vita, o farmaco universale spagirico. Il mondo vegetale è ricchissimo di esseri che, se correttamente conosciuti ed interpretati, offrono rivelazioni strabilianti. «Maestro Onir – chiede Otto – ho intrapreso la preparazione alchemica delle sostanze vegetali: mi appassiona moltissimo questo studio alchemico rivolto al mondo vegetale. Ovviamente sto imparando, la strada è ancora molto lunga, ma finché uno non inizia a cimentarsi con il laboratorio esterno, come mai potrà esternare ciò sta nel suo intimo laboratorio Così ho cominciato a cercare di comprendere le varie qualità di piante e la relazione fra esse e l’astrologia, fondamento per comprendere l’alchimia. Ognuno dei sette pianeti rappresenta e fornisce un metallo dotato di certe caratteristiche; ad essi, inoltre, si rifanno le piante, che a loro volta possiederanno altre caratteristiche proprie. È la signatura rerum, no?». Onir ascolta interessato, pronto a correggere l’errore prossimo del suo allievo: «Quindi, ho scelto di capire come si debba preparare ogni prodotto spagirico: tinture, essenze, quintessenze, decotti, infusi, cataplasmi, pillole, polveri, vini medicinali, unguenti, lozioni, oli, bagni, fino agli alcali. Le preparazioni sono fra le più svariate, ma non sono mai così astruse come si possa immaginare. La preparazione, in fondo, viene svolta in gran parte dalle sostanze usate, per il resto ci pensa l’operatore». «Beh, fin qui sei andato bene – replica Onir – ma dimmi come prepareresti una tintura o un’essenza di vischio». Otto parte alla carica: «Innanzitutto mi procuro alcol potabile e la pianta in questione; sbriciolo le foglie di vischio fino a polverizzarle, dopodichè immergo la polvere nell’alcol con un rapporto aureo di 1 a 5, e lascio a macerare per circa due settimane. L’alcol, Mercurio del mondo vegetale, estrarrà le proprietà della pianta grazie all’azione del calore dell’ambiente in cui avrò posto a macerare il botticino. Ogni giorno una bella agitazione manuale del barattolo aiuterà l’assimilazione. Dopo di ciò, filtrerò il contenuto e recupererò le polveri residue, con le quali attuerò il recupero del sale. Andrò così ad incenerire e calcinare la polvere sul fuoco, finché essa non si tingerà di bianco: fatto ciò, verserò ancora le polveri calcinate nell’alcol che ho filtrato prima e lascerò che si mescolino per un’altra settimana. Dulcis in fundo, filtrerò di nuovo ed avrò preparato la mia tintura». «Tintura?…», interroga Onir quasi con provocazione; in vero il Maestro vuole sapere che tipo di tintura è, dato che lo stesso Otto ha citato la sua qualità di principio. «Tintura… mercuriale, posso dire, o sbaglio? Se l’alcol è il Mercurio vegetale, quella che ottengo è tintura mercuriale di vischio. Almeno spero…». Onir si compiace: «Bravo, hai detto bene, anche se dovremmo aggiungere una cosa rilevante che hai dimenticato. L’alcol vegetale, o principio mercuriale del mondo vegetale, ha una sua aurea gradazione: il ‘Bongusto’ che si compra al supermercato ha gradazione 96° circa, mentre l’armonia della natura sta tra i 65° ed i 70°. Bisognerà pertanto correggere leggermente l’intensità alcolica della tintura dopo averla realizzata. Un cucchiaino di tintura per mezzo bicchiere d’acqua avrà un gran buon effetto sul nostro organismo. La tintura di Mercurio possiede buoni effetti, ma come tu sai, il principio filosofico più potente, perché è l’anima, è lo Zolfo: sai spiegarmi come preparare una tintura vegetale di Zolfo? Qual è lo Zolfo vegetale? Cosa coglie l’anima delle piante, e non il loro spirito, ovvero il Mercurio?». Otto è pensieroso, dubbioso, ma indubbiamente impotente: la sua ragione lo limita, la sua intuizione è ancora poco acuta, va affinata: «Non voglio deluderti, Maestro, ma non lo so. Forse… no, niente». «Non temere di sbagliare: solo così comprenderai i tuoi errori, sempre che tu agisca nel pieno della coscienza». «Volevo dire l’acqua di mare, perché il sale marino puro è elemento salutare ed è fuoco fatto corpo: pensavo che da esso, zolfo naturale, avrei potuto ricavare un magnete solfico per il mondo vegetale. Inoltre l’acqua marina è la sola cosa che riesca a digerire, con i suoi tempi, tutto ciò che di estraneo le si immerga». Onir sorride ironicamente: «Apprezzo la tua onestà e la tua intraprendenza, ma bisogna conoscere a fondo le cose e soprattutto meditarle moltissimo: solo così amplifichiamo le nostre percezioni e la nostra mente si espande. Ciò che dici del sale marino è tutto veritiero, ma non riguarda il discorso che stiamo trattando adesso. In verità lo Zolfo della natura vegetale, la sostanza che riesce a cogliere l’anima di tutte le piante e ne ottenga una tintura potentissima non è l’acqua del mare, poiché questa è una sorta di solvente universale: ha un’altra applicazione. Non posso e non voglio rivelarti con esattezza cosa sia questo Zolfo in cui mettere a macerare le foglie delle piante, ma sappi che esso viene dal cielo, come il Sale di Vita di cui abbiamo già parlato tempo addietro. Ricordi? Distillando il veicolo di questo sale, otterrai un liquido di per sé già potabile, perché elementare, e potrai mettere le foglie a tingere in esso. Ti porto quest’esempio. Prendi del rosmarino; fa la tua tintura mercuriale. Che colore avrà? Verde, no? Tutte le tinture mercuriali estraggono lo spirito di natura, che è verde. Ora metti il rosmarino nella tintura sulfurea: di che colore è?». Mentre Onir descrive queste operazioni ad Otto, sta mostrando una piccola boccetta contenente una tintura di rosmarino di colore verde scuro: stappandola, Otto sente forte odore di alcol. Contemporaneamente, Onir prende una boccetta parigrado e la riempie di rosmarino, su cui poi versa un liquido trasparente da una bottiglia di plastica. Dopo circa un’ora, dopo aver agitato la boccetta chiusa preventivamente, la tintura prende corpo e colore: «È rossa! – esclama Otto – incredibile: l’anima di Zolfo, o fuoco interno è passato all’esterno! È tanto semplice quanto miracoloso!». Onir contempla con soddisfazione l’emozione del suo amico: «Medita su questo segreto, giovane amico, hai tutto il necessario per poterlo comprendere; dopodichè usalo sempre per aiutare te stesso alla stessa misura di chi ti sta intorno ed ha bisogno: un rimedio spagirico di ordine sulfureo possiede grandissima efficacia. Medita sui principi e rivolgiti alla purificazione: questa è la strada da seguire». Comprendere che un banale liquido filtrato e distillato possa offrire una manifestazione così incredibile agli occhi della nostra abitudine, non è certamente un boccone di facile digestione: il nostro pregiudizio e la nostra usuale diffidenza non ce lo permettono. Ma risiede proprio in questa culla stantia la volontà di superarsi, cosicché chiunque voglia iniziare la strada della purificazione del proprio Zolfo potrà farlo ponendosi un dubbio. Sono sempre stato spaventato da chi possiede (o, meglio, è convinto di possedere) solo certezze: chi ha la verità in tasca da mostrare tutte le volte che sta parlando, non merita mai profonda fiducia.

Ma questo liquido, che tanto disprezziamo quando ci passa sotto i piedi, rinchiude in sé l’oro della natura: un’essenza mercuriale spagirica non sarà mai potente come un’essenza sulfurea idro-dinamica. Onir prosegue sulla scia della questione posta da Otto in merito ai prodotti spagirici: «Vedi, amico Otto, per produrre un’essenza idro-alcolica di Mercurio basta distillare la tintura che abbiamo precedentemente preparato, facendo attenzione poi a recuperare il caput mortuum, ovvero ciò che resta della distillazione nella pancia della storta». Otto è curioso: «Perché si chiama testa di morto?». «Per via del suo nero profondissimo e della sua consistenza semisolida. Si prenderà quindi questa materia densa e cupa e la si metterà a calcinare: esaleranno da essa fumi giallognoli. Albificata la materia, essa si rimette all’interno della essenza, per maturare qualche tempo, dopodichè si filtrerà il tutto e la tintura sarà pronta per uso. Alcuni consigliano di ridistillare e ripetere per tre volte in tutto l’operazione precedentemente spiegata, ma io ti dico che è abbastanza inutile: il calcinato, infatti, versato nell’essenza, libera le sue proprietà una volta per tutte. Pertanto, reputo che rifare l’operazione tre volte sia solo pedanteria e perdita di tempo utile. Sia chiaro, non è male, ma è molto superficiale». Otto è sicuramente colpito, anche per via del fatto che, studiando sui suoi testi, ha già prodotto qualche tintura e qualche essenza di Mercurio: ma quelle di Zolfo? «Onir, sono felice di apprendere che quel poco che sono riuscito a fare finora sia corretto!! Ma mi sorge spontanea la domanda, deduzione del tuo discorso: tinture ed essenza di Zolfo si fanno alla medesima maniera?». «I processi alchemici – riparte il Maestro - sono tali da riflettere e manifestare, brevi tempore, i processi naturali che la Natura compie in centinai e centinaia d’anni. E proprio per questa possibilità e nostra conoscenza che dobbiamo fare sempre attenzione. Le operazioni si ripetono sempre per la generazione delle stesse sostanze, poiché una volatilizzazione è sempre tale, una calcinazione anche, una rubificazione idem, la distillazione su tutte. Lavora e rifletti sempre con perizia e precisione, la Natura ti darà sempre una mano se tu l’assecondi. Poi, Otto, ricorda sempre che l’azione messa nelle operazioni di laboratorio non ne implica necessariamente la riuscita. Ma l’energia che il filosofo immette e produce durante quelle operazioni è la grande ricchezza che resta nell’anima e che mai si potrà più cancellare. È una importantissima conquista sulla via dell’evoluzione». Ecco, siamo ad un punto già trattato precedentemente, ma senza dubbio di assoluta rilevante importanza: il rapporto materia-operatore. Chissà cosa mai potrà essere questa relazione intima e trascendente che lega chi opera all’operato. Scientificamente questa domanda nemmeno viene posta: i postulati della metodologia scientifica impongono che tutti gli individui capaci di agire in un certo modo abbiano la possibilità di ripetere, anche all’infinito, l’esperimento in questione. Quindi, in seno alla scienza ufficiale, non importa chi tu sia, ma come tu sia capace ad agire. Le operazioni di laboratorio sono assolutamente distaccate ed esterne all’individuo che sta lavorando, cosicché non c’è neppure l’ombra del sospetto che la materia possa in qualche maniera legarsi a chi la sta manipolando. Beh, in fin dei conti, la scienza dice bene, sempre che si trattenga nella sua area di competenza; l’azione scientifica dello scienziato non intacca minimamente né la materia né la sua anima. Il problema di presunzione della scienza nasce quando essa voglia assurgere in cattedra e porsi nella condizione di spiegazioni solistiche; il sapere e l’approccio scientifici sono parziali, materialistici, positivisti, esteriori, oggettivi, quindi manchevoli. Essi sono veritieri se ristretti al loro ambito: ma visto che di alchimia la scienza non sa nulla, adotta un atteggiamento volto a sbeffeggiare la sua stessa Madre, è bene che gli scienziati imparino ad ascoltare, oltre che a parlare. Nella Massoneria, il primo passo del primo scalino s’incentra sull’apprendimento all’ascolto, tanto che chi sa solo parlare si trova in una condizione d’animo erronea, grezza, poco riflessiva, impulsiva. Nessuno potrà iniziare la putrefazione per la rinascita dalle sue ceneri se prima non si lascia ‘uccidere’ dal silenzio. Sembrano parole astruse, irreali, messaggi di sfida ad un ben più consolidato fattore quotidiano e dimostrativo, ma così non è. Otto è più che consapevole di questo fatto, così com’è consapevole che si deve obbligatoriamente attraversare una fase di combattiva avversione prima di poter superare gli errori che provengono dalle cattive interpretazioni. Onir conosce bene il cammino da seguire, e le sue imbeccate al giovane allievo altro non sono che manna sacrosanta che Otto raccoglie con grande gratitudine. Trattare la materia nel laboratorio alchemico esterno altro non è che manifestare il laboratorio interno: come può agire in tale modo uno scienziato? Nemmeno ammetterebbe questa possibilità. La differenza sostanziale sta nell’eziologia delle due ricerche, che possiedono intenti profondamente divergenti. L’alchimia mira al perfezionamento massimo possibile dello spirito universale: giunta qui, essa procede alla sua manifestazione fenomenica, che si risolve nella Pietra Filosofale. La scienza, d’altra parte, propone ricerche esclusivamente esteriori, ovvero che nascono e partono dall’esterno cercando di incunearsi all’interno. Ad esempio, la medicina nucleare e le chemioterapie si comportano esattamente così: si introduce un agente esterno che debba in qualche modo agire all’interno di un organismo, nato da altra natura. La scienza non considera le origini dei suoi argomenti. Un corpo malato di cancro non è mai frutto di una sintesi di laboratorio, così come lo è invece la soluzione chimica utilizzata per combattere il cancro: due nature diverse non si aiuteranno mai in maniera complementare e soddisfacente. È l’approccio ad essere forzato ed a condurre ad un risultato costretto. Ribadiamo ancora una volta che nessuno si sogna di mettere in discussione i traguardi innovativi raggiunti dalla scienza, ma pur progredendo su questa rotta non si giungerà mai a soluzioni conclusive. La medicina non curerà mai esaustivamente l’uomo, perché cerca di entrare dalla porta sbagliata. Finché l’uomo non prenderà coscienza della sua duplice componente materiale-spirituale, e non comprenderà inoltre che esse sono completamente interagenti e coinvolte, l’evoluzione non si smuoverà di un solo passo. L’artista che lavora nel suo laboratorio esterno trasmette alla materia che sta trattando la trasformazione che ha operato dentro di sé, nel laboratorio interno, l’anima, cosicché parimenti la materia si evolverà fino a raggiungere il medesimo grado di purificazione del suo forgiatore. Nessun uomo troverà mai la Pietra se prima non avrà trovato l’evoluzione totale della sua anima. Ecco in cosa si differenziano massimamente scienza ed arte: la prima è esteriore ed aperta a tutti, la seconda impone una ricerca di se stessi che poi si proietterà sull’esterno. La strada scientifica è comune, quella alchemica è individuale, proprio perché gli scienziati possono collaborare masticando insieme gli stessi bocconi esteriori, mentre l’apprendista alchimista trova suggerimenti dai libri, dal maestro e da dio stesso e deve imparare camminare da solo. Così comprendiamo perché Otto ami ripetere al maestro che «l’alchimia è paragonabile allo sviluppo dei bambini, perché essi dipendono dai genitori finché sono infanti, poi, raggiunto un livello di autosufficienza minima, apprendono a camminare da soli, a proferire parola e a muoversi coscientemente con indipendenza». Onir sa che l’allievo è sulla pista giusta, tanto che «è bene che tu sappia, amico mio, che il comportamento dei bambini è proprio spechi dell’alchimia: se lo saprai interpretare a fondo capirai tutto. Ma rimembra che essa è anche lavoro di donne, e senza comprendere il senso di entrambe queste comparazioni, difficilmente potrai procedere senza errare. Devi pensare a cosa fa una donna col bambino, prima e dopo che esso nasca, così non ci sarà possibilità di sbagliare nella pratica: pertanto terrai stretti nelle tue mani i principi attivi per iniziare a lavorare dentro e fuori di te, provando uno stato di rara consapevolezza e leggerezza che ti guideranno nella via umile della ricerca delle profondità di te stesso e della Natura tua madre».

Rudolf Steiner si presta bene per portare un esempio esplicativo, citato da Onir ad Otto durante una riunione pomeridiana molto fruttifera per l’insegnamento dell’allievo: «Steiner aveva un dono di chiaroveggenza ed introspezione che pochissimi hanno. Per questo conosceva intimamente il mondo dello spirito che al nostro mondo materialistico è sconosciuto. Ma non è un caso che egli abbia voluto chiamare il suo insegnamento “scienza dello spirito”, proprio per connotare la doppia natura della nostra vita e dunque la doppia ricerca che dobbiamo attuare. Ad esempio: lo spirito aureo della natura da dove deriva? Steiner dice dalla vite e gli alchimisti sapevano già in passato che questo era vero: lo spiritus vini philosophici è il mestruo naturale più perfetto che si possa usare per inseminare la materia d’oro. E da dove mai verrà questo spirito vinoso? Dalla vite, no?!? Questo è un tipico esempio di applicazione pratica e metodica di un sapere spirituale, non logico e razionale solamente. Questo è il grande messaggio dell’antroposofia steineriana». Otto conosce solo superficialmente il pensiero di Steiner, mentre Onir la sa lunga in merito…per tale motivo Otto cerca di carpire e capire il massimo dai discorsi del Maestro: «Onir, perdonami, ma Steiner non diceva che la forma vegetale più utile alla vita umana fosse il cereale? Magari sbaglio, ma ricordo di aver letto così». «Non sbagli, Otto, solo che hai peccato di riflessione critica. Steiner sostiene giustappunto che il cereale sia di massima utilità per la vita umana poiché il suo spirito è argentifero; il nostro corpo umano è imperfetto, sebbene sia il più perfetto della natura, è per questa ragione è argento, non oro, parlandoci in termini alchemici. Come tu sai, l’argento sta un passo dietro all’oro ed è assimilato alla Luna, che non può brillare di per sé come il Sole. Ovviamente il Sole è l’oro. Ora, il cereale è il sostentamento massimo della vita umana imperfetta: ogni uomo potrebbe cibarsi di soli cereali e non correrebbe alcun rischio, checché ne si dica. Ma per intraprendere l’evoluzione dinamica materia-spirito bisogna passare alla vite, che fornisce ed incarna l’oro della Natura. Dimostrazione ne da il laboratorio, poiché se tu tratterai un qualunque lavoro con spirito di aceto o altri spiriti non potrai mai ottenere risultati come quelli offerti dallo spirito divino. Che coincidenza, no? Divino è proprio di dio e del vino!! Sembra uno scherzo, anche agli occhi di un appassionato, ma sappi che niente c’è di più vero nella pratica alchemica. Il vino è legato alla coscienza che da esso è amplificata ed aurificata». «Ma allora – interrompe Otto – è proprio vero che in vino veritas!!! Ed io che pensavo solo al lato comico dell’ubriachezza, raccontato in tanti libri e vissuto in tanti ristoranti…!!!». «Beh, amico mio, è tutto esatto: se ti ubriachi di vino espandi la tua coscienza per almeno la durata dello smaltimento di esso nel tuo corpo. Ecco perché dalla tua bocca esce la verità del tuo spirito. Strana la vita, no?». Otto ed Onir sogghignano come due amici di vecchia data, ben sapendo che ciò che discutono è tanto misterioso quanto semplice ed importante. Poi ad Otto balugina un’idea per la testa: «Onir, ma fin qui abbiamo parlato del vino, non del puro succo della vite, ovvero del mosto. Non manca un passaggio? O m’inganno di nuovo?». «Bravo, ragazzo, non t’inganni. Tu dici: “Se la vite è la res publica dei vegetali, perché parliamo di vino e non di semplice mosto?”. Giustissimo, ti dico perché. Il vino è il prodotto alcolico di un processo che interessa il mosto d’uva, che altrimenti sarebbe analcolico. Qual è tale processo? La fermentazione, che da tempi immemorabili l’uomo ha compreso essere lo strumento divino in grado di ricongiungere il materiale-organico alla sua primigenia unità spirituale. Il discorso sarebbe molto lungo in merito a questa ri-unione originaria, magari un’altra volta. Ora voglio solo ricordarti che i vegetali fermentati sono evoluti spiritualmente e da essi potrai ottenere grandissimi benefici nella vita, con l’uso della pratica alchemica e spagirica». Otto però ne serba ancora una: «Scusa Onir, ma perché allora Steiner proibiva l’alcol (mentre tollerava tutt’al più il tabacco) ai suoi allievi, se le bevande alcoliche sono qualitativamente e proprio spiritualmente migliori di quelle non alcoliche?». Anche per questo c’è una saggia replica di Onir: «Dovresti capirlo da te, se hai letto anche solo in generale di antroposofia. L’alcol rappresenta una scorciatoia temporale per raggiungere uno stato di coscienza superiore, che quindi si po’ scorgere ma non mantenere. Steiner ben sapeva ciò e spronava i suoi seguaci ad applicarsi alla ricerca dello spirito con le sole forze individuali, al fine di svilupparle, per cogliere un’elevazione di coscienza e sopratutto per poterla mantenere. Per accedere al mondo superiore di sfuggita si può anche usale l’alcol, ma per approdarvi e rimanervi esso è inutile: serve un altro percorso, un altro mezzo».

Mantenendo l’argomento “alcol”, i due proseguono approfondendo alchemicamente la questione, che, di conseguenza, si rende inevitabilmente curiosa ed interessante sempre più. Ad esempio, un errore spesso frequente, per chi si accinge a trafficare fra storte ed alambicchi, è la credenza che l’alcol sia un solvente piuttosto universale. Otto, inizialmente, era convinto di questa proprietà alcolica, ma in verità la questione non sta tutta in questi termini ed Onir si preoccupa saggiamente di salvare l’allievo da inganno sottile: «Maestro, mi viene in mente una tematica cha abbiamo già discusso, ma che vorrei approfondire: le tinture vegetali. Se voglio estrarre da una pianta il suo massimo terapeutico, devo, come ricordato più volte, estrarre da essa la tintura rossa o sulfurea, poi quella verde, mercuriale, e quindi recuperare i sali calcinati. Ma affermando ciò, abbiamo detto anche che l’alcol è il Mercurio del regno vegetale, non è così? Ricordo male o m’inganno?». «L’osservazione è corretta, amico mio, ma sei vittima del classico e sottile inganno che gli alchimisti perpetrano ai danni dei neofiti per saggiare la loro sagacia e la loro capacità di riflettere sui principi della Natura. Teoricamente, da quanto estratto dal libro che abbiamo studiato insieme, ciò che vai dicendo appare corretto. Ma Junius sa bene che così non è ed il fatto che quest’argomento ti venga lanciato fra le braccia improvvisamente, serve a misurare la tua prontezza di riflessi, quindi la tua abilità nelle riflessioni profonde ed intime. Ti spiego perché. L’alcol per definizione etimologica è una polvere di antimonio, con cui un tempo si producevano cosmetici ed altre sostanze fondamentali per le operazioni alchemiche. Poi, il termine è venuto designando un solvente di carattere generico, prima potabile – e gli antichi alchimisti lo chiamavano spiritus – e poi, con l’avvento della chimica, anche nocivo. Dunque, abitualmente l’alcol è una sostanza, caratterizzata da una certa struttura chimica, in grado di sciogliere altre sostanze. Ora, “spirito” in alchimia è sinonimo di “mercurio”, indi per cui il nostro alcol alchemico dovrebbe essere il mercurio vegetale, come da te sostenuto. Questo è inesatto, poiché l’alcol è in verità uno “zolfo volatile” che ha la funzione del mercurio, ovvero l’alcol si comporta da legame mercuriale dei vegetali, ma in essenza esso è un vero zolfo a livello volatilizzato. Solo un’altra sostanza è più solforosa dell’alcol, il nitro: esso è zolfo originario e fisso, fuoco primordiale della creazione. Ecco dunque la carta di identità dell’alcol: è uno zolfo che fa da mercurio, per questo è assolutamente importante nelle nostre operazioni ed ha la capacità, precedentemente citata, di elevare ed amplificare lo stato della coscienza umana dualizzata ad uno stato più spirituale e metafisico. Ritornando alle nostre tinture vegetali, esse sono ben realizzate dall’alcol proprio per via della sua caratteristica mediatrice; se poi, distillata la tintura e recuperato il caput mortuum, noi ne facciamo l’essenza, questa non va confusa con la quintessenza, poiché la quintessenza si ottiene solamente sposando tintura sulfurea e tintura mercuriale, come tu hai poco fa ricordato correttamente». «Comprendo, Onir, ma posso domandare ancora perché una è “essenza” mentre l’altra “quintessenza”? I due appellativi denotano una differenza qualitativa da non sottovalutare di certo, poiché l’essenza è la parte intima e più pura di una sostanza, mentre la quintessenza è l’esaltazione dei componenti di quella sostanza ad un livello più puro e perfetto di quanto non si possa fare con la chimica. Sbaglio?». Onir sogghigna, come sempre: «Non sbagli, amico mio, ma non è completa la tua spiegazione, poiché è formale: la spiegazione sostanziale? Eccola: il tuo sale calcinato alla fine dell’operazione è sale primordiale, prima materia cosmica, ovvero potassio e carbonio. Il sale esternamente bianco, se ricordi, ha un’anima rossa; quindi, lo zolfo della tintura sulfurea coglierà quell’anima rossa, mentre l’alcol della mercuriale volatilizzerà il corpo. Ecco la spiegazione alchemica, che serberai per i tuoi lavori e di cui farai sempre buon uso».