SCRITTI DI ANGELO LANATI



Le nuove vie dell'umiltà



Il concetto di umiltà, come quello di tante altre disposizioni animiche, come l'amore, il coraggio, la compassione, ecc., richiama solitamente alla mente le rappresentazioni piuttosto vaghe dello stereotipo dominante da molti secoli nella concezione popolare della stessa. Questo modo di concepire l'umiltà si esprime volta a volta come percezione del proprio nulla di fronte a Dio, o della propria pochezza rispetto agli altri uomini, e può condurre ad un'obbedienza acritica ad ogni autorità.

Tale concezione, che già alla cultura odierna dominante nel mondo occidentale appare a tutta prima riduttiva dell'essenza umana, ha assunto nel corso della storia numerose manifestazioni estreme di autofustigazione. Possiamo allora domandarci: tutto ciò rappresenta nell'insieme un'aberrazione dell'essere umano, oppure, a parte la specificità dei singoli casi, risponde ad una legge evolutiva? Ed anche: è possibile nell'epoca contemporanea una diversa concezione dell'umiltà che non cada negli eccessi opposti e sia confacente alla missione evolutiva degli esseri umani?

Alla prima domanda si può rispondere che le manifestazioni tradizionali dell'umiltà, a parte gli eccessi dovuti all'imperfezione umana, corrispondono effettivamente ad una legge cosmica evolutiva. Si tratta del graduale risveglio della coscienza attraverso l'esperienza degli opposti, per lo sviluppo della libertà. Infatti quest'ultima si sviluppa realmente nella misura in cui si hanno chiare rappresentazioni di varie scelte possibili, anche opposte. Un aspetto dell'evoluzione della coscienza umana è allora quello del contrasto tra l'esperienza suddetta dell'umiltà e quella opposta della vanagloria, della superbia e dell'ambizione, in una parola: dell'orgoglio. Dagli scompensi, disordini, delusioni e dolori derivanti dalle manifestazioni dell'umiltà nel senso indicato, dal confronto con le opposte manifestazioni dell'orgoglio, può nascere la ricerca di un equilibrio interiore, nonché una riflessione generale sulla natura e finalità dell'essere umano, e sul modo di porsi di fronte ai propri simili.

Dietro gli estremi e le aberrazioni dell'orgoglio, si può scoprire la necessità evolutiva dell'uomo di afferrare la propria identità e la natura del proprio valore di fronte al mondo e al prossimo.

L'altra polarità, l'espressione dell'umiltà nel senso indicato, è una soluzione drastica per evitare che la percezione di sé e del proprio valore avvenga a scapito del prossimo e come separazione dal cosmo intero, che è pregno di spiritualità.

Meditando su questi due estremi, che si esprimono in varia misura nella biografia individuale, si può trovare un equilibrio dinamico interiore in base a nuovi concetti e percezioni dell'umiltà, non solo per i suoi aspetti quantitativi, ma soprattutto riguardo alla sua 'qualità'.

Nella raffigurazione biblica, i due estremi si esprimono da una parte nella figura di Lucifero-Serpente (a cui viene affiancato in seguito Satana-Principe di questo mondo), che lusinga l'uomo con la prospettiva di diventare come Dio, e dall'altra nella cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden. Cedendo alla tentazione, i primi esseri umani si incamminano sulla strada dell'orgoglio. A seguito della cacciata dal paradiso terrestre, essi sperimentano poi la fatica, la malattia e la morte, che sono la conseguenza dell'orgoglio stesso. Dalla dolorosa esperienza di tale situazione nasce storicamente l'umiltà nelle sue manifestazioni estreme come inconscio desiderio di un rimedio subitaneo e radicale.

Per rispondere alla seconda domanda iniziale si può dire che dopo il travaglio storico di tante vite sballottate tra gli estremi, è oggi possibile giungere, sia nella via essoterica sia nel cammino esoterico, all'esperienza di una sana, essenziale umiltà che superi tanto l'atteggiamento 'moralistico' del 'battersi il petto' e castigarsi quanto la tentazione ad un'affermazione falsamente libertaria del proprio ego. Quest'ultima tendenza, seguita coscientemente o anche inconsciamente, consiste nella presunzione di darsi autonomamente regole etico-morali indipendentemente da ogni tradizione, e scambia per 'intuizioni morali' (che pure esistono) ciò che semplicemente gratifica il proprio ego. Ciò porta anche spesso per compensazione psicologica ad attribuirsi dei meriti per una certa componente ideale della propria visione del mondo e a fare del moralismo con un atteggiamento di superiorità verso chi 'apparentemente' non condivide tale aspetto. Tipico è il caso del libertino in materia sessuale, che si ritiene un 'puro' rispetto alla concezione della socialità e dell'uso del denaro, facendo pesare sugli altri questo fatto. Il vero spirito di umiltà ammette i propri limiti, non cerca di scusarli inventandosi fittizi meriti compensativi, e non fa pesare, né usa in senso discriminatorio il proprio giudizio sui limiti altrui. Faremo in seguito alcune considerazioni per sostanziare questa disposizione animica di fondo dell'umiltà.

Per risolvere l'antinomia umiltà autofustigante - orgoglio anarchico, possiamo partire da due altre immagini archetipiche che troviamo nei vangeli. A parlarci dell'umiltà, troviamo ad esempio l'espressione: "Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt. 18,3). Un'espressione del Cristo apparentemente contrapposta a questa è la seguente: "Voi siete dei" (Gv. 10,34).

In realtà queste due espressioni si equilibrano e si precisano spiritualmente l'un l'altra, in quanto l'ingenuità propria del bambino non si inorgoglisce di fronte all'immagine dell'uomo come essere divino (a immagine e somiglianza di Dio) che egli percepisce a tutta prima intuitivamente negli altri esseri umani, finché questi si comportano amichevolmente con lui; e l'uomo adulto che comprende nel giusto modo il 'bambino' che è in lui, può meditare e farsi della seconda espressione citata un'idea che superi l'orgoglio. In un'ottica esoterica - che è quella del 'giusto mezzo', da intendersi spesso più in senso qualitativo che quantitativo - si può scoprire che l'umiltà del bambino è di un tipo affatto particolare. Il bambino si sente tutt'uno con il mondo, e la vera polarità percepita dalla sua anima è quella tra il bene e il male. La sua obbedienza alle persone si fonda sull'accettazione intuitiva delle leggi, che egli attende però che gli vengano portate incontro dagli esseri umani, fiduciosamente percepiti come elementi viventi dell'ordinamento cosmico. Egli non si pone il problema astratto del proprio valore, ma tende ad appropriarsi di quanto di buono, di bello e di vero vi è nel mondo. Il senso di un mistero da chiarire e colmare di contenuti riempie la sua anima invece dell'orgoglio. In lui l'entusiasmo nel suo rapporto con il mondo prende il posto di ciò che nell'adulto orgoglioso tende all'esaltazione. Questo elemento virgineo è ciò che l'adulto può recuperare, confrontandosi ad un tempo con l'espressione "voi siete dei". Ciò che nel bambino è spontaneo e chiede di svilupparsi con l'aiuto esterno, per l'adulto rappresenta un ideale da nutrire interiormente, la coloritura fondamentale sulla via del dantesco "... per seguir virtute e conoscenza". L'adulto che scopre le angustie e le insufficienze della cultura 'ufficiale' e sa resistere alle lusinghe dell' 'anticultura del libertinaggio' e del 'superuomo', nel mistero delle parole evangeliche che dichiarano la sua divinità scopre la realtà del proprio Io superiore e un cammino che lo porterà in un lontanissimo futuro a fondersi in modo cosciente con la Divinità, in modo affatto differente da quello della goccia d'acqua che si dissolve nel mare. Chi contempla la stella divina dell'Io cosmico con cui diverrà tutt'uno (lo è già, ma non ne è cosciente), comprende la vacuità delle glorie di questo mondo e dell'orgoglio che le riassume. Egli comprende così la diversità tra il processo del 'diventare Dio', che si sostanzia progressivamente di realtà superiore, e il miraggio del semplice, impaziente voler 'essere come' Dio senza rispettare i tempi cosmici, che si sostanzia di orgoglio.

Le esperienze reali del bambino sfumano nell'immaginazione delle fiabe con i loro personaggi ed eroi fantastici. Per l'essere umano adulto che percorre la via esoterica, tutto ciò viene metamorfosato nella coscienza e nell'immaginazione degli esseri spirituali che operano e lottano per la realizzazione del piano divino. Sentendosi cittadino di due mondi egli scopre la grandiosità ed unicità di questo fatto, e può superare l'orgoglio del voler 'combattere' i 'cattivi', trovando l'umiltà nella comprensione che il male è solo una 'perdita di tempo' su una lunga via costellata di percorsi labirintici: chi prima se ne districa può solo essere disvelatore di criteri orientativi nel cammino, non giudice superbo e vanaglorioso. Ciò che egli può dare sono chiavi conoscitive universali che ognuno deve apprendere ad usare nel proprio cammino assolutamente particolare. A smontare le ragioni dell'orgoglio vi è allora la comprensione di come il proprio essere, nell'unicità del suo cammino, si possa valutare e soppesare individualmente solo nel confronto con le mete evolutive che la saggezza cosmica gli predispone, non con quelle altrui. La contemplazione della saggezza, grandiosità e coordinamento delle proprie e innumerevoli mete altrui trasforma l'orgoglio in ammirazione e venerazione per quanto è esterno a noi nel tempo e nello spazio ma che ci può egualmente lambire e compenetrare nell' 'hic et nuc'. L'umiltà diventa forza volitiva di rinuncia alle lusinghe immediate dell'orgoglio in favore di tale disposizione interiore, non certo rinuncia alla soddisfazione nel contemplare quanto di buono abbiamo sinora compiuto. Realizziamo così nel piccolo la disposizione animica che nel Genesi viene attribuita a Dio nel vedere che il mondo da lui creato era "buono". In ciò vive la sintesi tra l'umiltà e l'orgoglio metamorfosato, in quanto vi è un sano, obiettivo e contemplativo compiacimento, che non si bea nell'illusione della perfezione assoluta e definitiva. Nella creazione, il settimo giorno rappresenta infatti un punto di arrivo del passato che anela alla perfezione futura.

Le ragioni di questa sintesi di umiltà e orgoglio metamorfosato trovano ancora maggior sostanza nella comprensione della vera natura del rapporto tra eguaglianza e diversità dal punto di vista cosmico. Se tutti i cammini sono unici e insostituibili, d'altra parte, in base alla saggezza e all'amore divino, non può darsi altrimenti se non la loro equivalenza, il loro eguale 'peso morale e sostanziale' complessivo alla fine di un grande ciclo evolutivo, a cui ne seguirà un altro.

Su questo sfondo, comprendiamo come anche l'autofustigazione, quando non è semplice obbedienza a precetti esteriori, si presenti come esercizio intensificato di umiltà, mentre è invece un'auto punizione inflitta per non essere riusciti a realizzare la grande immagine di sé che si è coltivata. Il rimedio sta in un tipo di umiltà che si concentra sui piccoli passi possibili e sa accontentarsi e gioire quando li si compie, senza crogiolarsi nello sconforto per le sconfitte.

Ciò pone le basi per entrare in una disposizione animica simile a quella di Novalis, che trovava 'normali' le proprie esperienze sovrasensibili, e 'straordinarie' le esperienze materiali della vita di tutti i giorni. Egli è stato veramente un esempio positivo di 'cittadino dei due mondi'.

L'orgoglio può spingere il rigonfiamento dell'ego fino alla volontà di potenza, coinvolgendo intere popolazioni e sfociando nel nazionalismo. Nella Bibbia l'immagine dell'orgoglio oggettivato è quella della Torre di Babele, con cui si vuole raggiungere il cielo, ma che viene distrutta e porta alla confusione delle lingue. Ovvero: l'orgoglio può essere temporaneamente un fattore di aggregazione di gruppi umani, ma alla fine porta alle incomprensioni, ai conflitti e alla 'guerra di tutti contro tutti'.


Per questa ragione, più nel mondo si parla di pace, più è necessario riscoprire l'essenza dell'umiltà. I conflitti mondiali non derivano solo da motivazioni politico-economiche, ma anche dalle contrapposizioni ideologiche. In questa situazione, l'umiltà necessaria a quanti ritengono la propria religione, ideologia o filosofia la migliore in assoluto, consiste non solo nello studio obiettivo ed approfondito della natura e genesi delle altre ideologie, ma anche nell'accettare il fatto che storicamente le debolezze morali dei popoli che hanno elaborato le ideologie più avanzate hanno comunque sottratto da una sfera occulta energie spirituali ad altri popoli, impedendo loro di sviluppare le giuste conoscenze. In altre parole, con la meditazione sulla 'corresponsabilità' nella situazione globale delle condizioni sociali determinatesi nello sviluppo storico, si può contribuire alla formazione a livello occulto di un 'etere morale planetario' che favorisca uno scambio di valori tra gli esseri umani attraverso vari piani - conoscitivo, artistico-estetico e morale - e vari livelli di ogni piano. Chi si inorgoglisce per il fatto di osservare certe regole morali più di altri, potrà allora umilmente riconoscere l'importanza delle conoscenze possedute dalle persone i cui comportamenti non rientrano nelle proprie categorie di moralità: e l'inverso vale naturalmente per chi crede di aver sviluppato un'intellettualità e conoscenze superiori.

In questa prospettiva, grande potenzialità e responsabilità sono riposte nei cultori delle arti, in quanto la sfera estetico-senziente può essere la migliore mediatrice tra quella ideologica e quella dei comportamenti etico-morali. L'artista e il fruitore artistico possono allora porsi, nel senso dell'umiltà, di fronte al fenomeno estetico come il bambino si pone (seriamente) di fronte al gioco, nella comprensione che ogni via estetica non può essere completamente avulsa dai contenuti ideali e morali, ma che su tali presupposti ogni impulso espressivo deve essere valutato e sviluppato rispetto alle sue potenzialità, non nell'orgoglioso spirito di competizione con gli altri impulsi.

L'atteggiamento dello scienziato moderno è fondamentalmente improntato all'orgoglio, in quanto ripete, rispetto alla scienza, il gesto archetipico descritto nel Genesi come quello di cogliere il frutto dell' "albero della conoscenza del bene e del male". Voler essere come Dio da parte dell'uomo, significa voler abbreviare i tempi della propria evoluzione in favore di una potenza immediata e tangibile. Questo fatto ha determinato una separazione del mondo sensibile dal mondo spirituale sovrasensibile. Prima di tale separazione, la coscienza umana faceva le proprie esperienze, sia pure in modo sognante, in un regno pregno di vita; l'essere umano poteva cioè cogliere i frutti dell' "albero della vita". Dopo la scissione, questo regno non è più accessibile alla coscienza ordinaria, e la scienza materialista può solo cogliere i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male. I frutti di questa scienza recano vantaggi immediati ma anche dolori e lutti conseguenti, applicando conoscenze parziali, unilaterali e premature rispetto alla necessaria crescita morale dell'umanità. Dal contrasto tra queste due realtà l'uomo può scoprire appunto il bene e il male relativamente alla propria evoluzione storica. Nel giardino dell'Eden egli non conosceva il male, ma non poteva neppure sviluppare la libertà, a parte il semplice 'libero arbitrio' (vissuto comunque in una coscienza sognante) di scegliere tra i due 'alberi'.

La rinuncia alla conoscenza del mondo sovrasensibile, relegandone l'ipotetica realtà all'ambito soggettivo della 'fede', non è segno di umiltà, in quanto equivale alla 'superbia dell'autosufficienza'. La nuova via della conoscenza che riunisce i due mondi, la via seguita da Goethe, da Novalis e da Rudolf Steiner (fondatore della "scienza dello spirito"), è ad un tempo umile e in grado di metamorfosare la superbia. Essa è umile, in quanto sa rinunciare a ricerche premature e pretenziose, a "tramutare le pietre in pane", ma si apre anche alle grandiose prospettive del mondo spirituale, ben superiori all'ideale scientifico dell'uomo, o superuomo, come animale superpotente, supercomodo e in grado di estrarre ogni stilla di piacere dalla corporeità, lasciando i sentimenti e le idee individuali nella sfera dell' 'optional'. Meditando su queste considerazioni, lo scienziato contemporaneo può giungere a sviluppare le giuste 'intuizioni morali' per la sua ricerca, come fa da sempre il religioso e, sia pure in modo non sempre evidente, il vero artista.

Se nell'ambito delle religioni ed ideologie essoteriche l'umiltà consiste nell'uscire dal castello della propria storia ed istituzioni per cercare di comprendere fino in fondo le ragioni degli altri, per l'esoterista vale in primo luogo, oggi più che mai, l'atteggiamento interiore socratico del "so di non sapere". In altri termini, la convinzione della superiorità delle proprie idee dovrebbe essere subordinata alla percezione della loro limitatezza di fronte agli innumerevoli nessi e misteri dell'universo ancora da scoprire. Il vero esoterista, più acquista conoscenza più diventa umile, nella constatazione dei propri limiti e della propria ignoranza relativa. Ciò si traduce necessariamente nella capacità di socializzare, sia pure in nuove forme che riconoscono la legittimità di convivenza di vari 'livelli' di conoscenza adatti alle capacità e necessità individuali. Il vero idealista non incita gli altri ad abbandonare le proprie idee, né tanto meno ironizza su di queste; egli propone semplicemente le proprie con il 'tatto del cuore', come semi di conoscenza, non come clave. L'orgoglio degli ideologi essoterici che incontra quello degli esoteristi genera solo disprezzo reciproco. La reciproca mancanza di umiltà porta ad esempio da una parte i rappresentanti delle religioni dominanti a considerare tutti gli esoterismi come espressioni settarie da eliminare, e dall'altra qualche esoterista a pontificare sulla necessità di far scomparire le religioni. Il vero esoterista si limita a proporre la bontà delle proprie idee, lasciando ai singoli la libertà di considerarle, di compiere in merito scelte, sintesi e revisioni. La sua umiltà sta anche nella pazienza di esaminare i vari punti di vista e le loro interrealzioni. Come spunto meditativo sulla relazione tra libertà e umiltà, possiamo considerare l'affermazione di R. Steiner, secondo cui il settarismo consiste nel dare risposte a domande non poste.

Consideriamo infine l'orgoglio e l'umiltà dal punto di vista dell'immagine vivente che il Genio del linguaggio suggerisce con tali parole. Nella parola "orgoglio", la vocale 'O', che ricorre ben tre volte, esprime, nel suono e nell'espressione grafica, un mondo in sé conchiuso. L'orgoglioso vuole appunto fare di sé una monade al centro di tutto ciò che avviene all'esterno. La vocale 'I' rappresenta ovviamente l'Io, la coscienza individuale, a cui l'orgoglioso tende attraverso il rigonfiamento dell'ego inferiore. La consonante 'L', nella grafia (l ) e nel suono, rappresenta il gesto del raccogliere meditativamente nell'interiorità le esperienze esteriori; ma unita alla 'G' essa esprime una torsione, un avvitamento che nel contesto della parola significa una distorsione del vero Io, che diventa così 'ego'. Il suono 'gl' unito alla 'R' contribuisce a dare alla parola 'orgoglio' il senso di un caotico mulinello che si avvita verso l'interno. Abbiamo con ciò un'espressione abbastanza fedele del significato spirituale di questa parola.

In "umiltà" non troviamo la 'O' iniziale, ma la 'U', che esprime la vastità aperta dell'universo che incute a tutta prima una certa paura, ma contiene anche il senso della riverenza e del mistero, in quanto si unisce alla 'M' fluente in calde onde creatrici. Segue poi la 'I', che esprime l'Io umano non più distorto, e vive meditativamente nella 'L' seguente. Solo


a questo punto l'essere umano, giustamente individualizzato, può diventare creativo, nel gesto e nel suono scultoreo della 'T', a cui segue infine, con la 'A', il senso di meraviglia e contemplazione per l'opera compiuta.

Un esame delle parole 'orgoglio' e 'umiltà' in altre lingue, può rivelare comunque con diverse sfumature la loro polarità spirituale.

"Umiltà" è affine a "humus" (terra) e a "homo" (uomo). Il Genio del nostro linguaggio ha stabilito queste affinità per significare come la disposizione animica fondamentale dell'uomo dovrebbe essere quella di un'umiltà cosciente della limitatezza dell'esser fatti di terra, di materia che può assurgere ad una sfera superiore solo grazie alla fecondazione del mondo spirituale. Un detto latino esprime sinteticamente la situazione umana tra l'umiltà e l'orgoglio: "Homo: humus; fama: fumus; cinis: finis". Con ciò si ricorda all'uomo che egli proviene dalla terra e il suo corpo finirà nella cenere. Vi è però anche il mito dell' Araba Fenice, l'uccello che risorge dalle proprie ceneri. L'uccello rappresenta la facoltà pensante, e le ceneri indicano la sostanza neurosensoriale inerte che rispecchia il pensiero umano, che così in un certo senso risorge. Però i pensieri materialistici , automatici o anche astrattamente ideali, risorgono in modo evanescente, come ombre; essi non riescono normalmente a cogliere i frutti dell'albero della vita. Da quanto si è cercato sin qui di caratterizzare, si può comprendere come la nuova fase storica di sviluppo dell'umiltà attesa dal mondo spirituale debba necessariamente sorgere da una via di conoscenza, da un'intensificazione meditativa del pensiero. In questo senso i pensieri si possono ravvivare, e l'uomo può almeno pregustare la vita nella conoscenza. Su tale via l'umiltà ha il compito di porre un freno al rigonfiamento orgoglioso del pensare contemporaneo, che tende a svilupparsi in un senso nozionistico e quantitativo. Ciò che manca alla cultura contemporanea, e che ogni scienza che si definisca 'spirituale' necessita come l'aria che respiriamo, è un approfondimento concettuale della mole sconfinata di fatti, nozioni, immagini e teorie disponibili nell'era dell'informatica. Ciò non significa accontentarsi di apprendere a memoria alcuni concetti che qualche maestro spirituale ha elaborato prima di noi, ma 'accontentarsi' di ricercare in ogni campo i concetti essenziali che lo fecondano, elaborandoli nel tempo e con l'esperienza, grazie ad una concentrazione che parta dai postulati di base. Tale sforzo nella sfera pensante costituisce la sana metamorfosi della volontà ascetica rivolta al corpo fisico, e sono questi concetti, che normalmente non danno alcuna gloria (diversamente dal nozionismo e dall'enciclopedismo) ad aprire le porte dell'uomo verso le sue mete infinite, a costituire l'acqua di vita che riplasma la cenere dei pensieri morti e veicola artisticamente le formazioni cristalline del pensiero logico. Ogni nuovo concetto conquistato umilmente trasforma i sassi sparsi dei pensieri morti in 'pietre di fondazione' per la nuova civiltà.

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Questo saggio non intende essere un trattato, neppure parziale, sull'umiltà e sull'orgoglio, ma semplicemente inquadrare con alcuni spunti orientativi un argomento che potrà venire esplorato da altri punti di vista in successivi scritti su temi vari.


Febbraio 2004


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