SCRITTI DI ANGELO LANATI




Come rispondere alla violenza, sulla base dell’interpretazione dei testi sacri

Interpretazione esoterica di cinque passi evangelici:


- “Avete udito che è stato detto: ‘Occhio per occhio, dente per dente’. Ma io vi dico: a chi ti dà uno schiaffo sulla guancia destra volgi anche l’altra” (Mt. 5: 39)

- “Se dunque il tuo occhio destro ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te... e se la tua mano destra ti scandalizza, mozzala e gettala lontano da te” (Mt. 5: 29)

- “Non son venuto a portare la pace ma la spada” (Mt. 10: 34)

- “Allora il padrone disse al servo: “Va’ fuori per i viottoli e per le siepi e costringili ad entrare finché la mia casa ne sia piena” (Lc. 14: 23)

- “E Gesù entrò nel tempio e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò i banchi dei cambiavalute e quelli dei venditori di colombe...” (Mt. 21: 12)



L’interpretazione corrente del vangelo in cui il Cristo invita chi riceve uno schiaffo a “volgere l’altra guancia”, è un esempio significativo di come si possano facilmente fraintendere i contenuti spirituali contenuti nei testi sacri con la loro particolare forma di linguaggio; ma ci offre anche lo spunto per mettere in pratica, nell’ottica di una corretta esegesi, un modo di pensare goethiano-monistico-antroposofico in alternativa a quello astratto materialista normalmente in uso, e ci permette infine di fare una certa luce sull’affermazione apparentemente sconcertante e contraddittoria di Rudolf Steiner, secondo cui i vangeli devono essere interpretati alla lettera.

Normalmente il passo del vangelo succitato viene interpretato come un invito alla resistenza passiva di fronte agli attacchi violenti, per cui nella coscienza comune viene poi relegato tra le esortazioni riservate ai santi, e come tale non dà un profondo impulso all’immaginativa morale. In favore di tale interpretazione si potrebbero citare come apparentemente probanti i numerosi esempi di santi, martiri della fede o combattenti per alti ideali umani, che non solo hanno praticato la non violenza, ma in certi casi anche la resistenza passiva. Verrebbe fra gli altri alla mente il nome, per i tempi moderni, del Mahatma Gandhi.

D’altra parte, se immaginiamo un popolo accerchiato da stati bellicosi, ci riesce impossibile pensare che esso dovrebbe attuare un disarmo unilaterale; in tal caso i suoi nemici lo ridurrebbero probabilmente in schiavitù. Certo uno stato moderno può anche decidere in favore di una politica di disarmo unilaterale, ma in tal caso lo farebbe sicuramente a ragion veduta, per rischio calcolato, con la coscienza che i pericoli del caso siano del tutto trascurabili.

In realtà l’insegnamento che ci viene dall’episodio evangelico, non lo si può enucleare ponendo il problema nei termini dualistici di uso della forza in alternativa alla resistenza passiva. Se osserviamo i grandi esempi storici in cui la rinuncia all’uso della forza fisica contro la sopraffazione ha avuto esiti positivi, sia sul piano sociale concreto sia sul mutamento di coscienza degli uomini, vediamo come in essi siano presenti due elementi essenziali. Il primo consiste nel fatto che in quei casi gli atteggiamenti di non violenza, di resistenza passiva, per quanto dolorosi per chi li assumeva, alla luce dei fatti si può dire che costituirono anche la migliore soluzione, la via d’uscita più breve da una situazione di schiavitù di uno o più esseri umani. Il secondo, strettamente legato al primo, consiste nel fatto che coloro che si assunsero tali decisioni coraggiose o addirittura eroiche non lo fecero per adesione ad astratti principi, a rigide ideologie, ma per un impulso cosciente di intuizione, di immaginativa morale, a cui per ragioni karmiche corrispondeva un adeguato livello evolutivo dei singoli, che poterono così attingere dai mondi spirituali le necessarie forze di sacrificio e sopportazione per amore verso l’umanità.

L’episodio evangelico in considerazione viene normalmente interpretato astrattamente in base al seguente sillogismo inconscio: schiaffo = violenza fisica; volgere l’altra guancia = resistenza passiva; conclusione: alla violenza bisogna opporre resistenza passiva. Poi nella coscienza di chi ragiona così interviene normalmente un elemento determinante di dualismo interiore che si può esprimere così: una cosa è la teoria, ma altra è la pratica. L’esortazione evangelica viene cioè ritenuta valida solo per i santi, i martiri e gli eroi, mentre per tutti gli altri varrebbero altre soluzioni opposte o di compromesso, con un senso di colpa più o meno represso.

Per uscire da questa apparente contraddizione tra la teoria e la pratica, dobbiamo porci di fronte al testo evangelico con un atteggiamento conoscitivo di tipo goethiano, che consiste nel cercare di calarci nelle situazioni in modo vivente, al di là delle apparenze, cercando tra tutti i fenomeni descritti quello archetipico, più significativo, distinguendo ciò che nei fatti è essenziale rispetto a ciò che è secondario.

Ora, nella situazione di chi dà uno schiaffo ad un altro, che cos’è essenziale e cosa invece è secondario? Essenziale è il fatto che lo schiaffo significa un’offesa morale e non tanto una violenza fisica, dato che chi intendesse attaccare l’integrità fisica di un altro ricorrerebbe non certo agli schiaffi ma quanto meno alle percosse; l’effetto fisico di uno schiaffo è normalmente trascurabile, mentre ciò che in esso colpisce veramente è l’espressione violenta di avversione animica. Ma allora che senso ha il “volgere l’altra guancia”?

Innanzitutto ciò che ora ci appare chiaro è il fatto che chi risponde in tal modo all’offesa, non essendo menomato sul piano fisico, dimostra di non esserlo neppure sul piano spirituale, che costituisce il vero obiettivo dell’attacco.

Chi schiaffeggia intende in realtà sminuire l’entità animico-spirituale di chi gli sta di fronte, come se anche lo spirito dell’uomo, come il corpo, potesse venir ferito. Volgendo l’altra guancia si risponde quindi che, diversamente da quanto avviene per il fisico, anche se l’anima può rimanere offesa dagli insulti, lo spirito, l’Io vero e proprio dell’uomo, per sua natura indivisibile e indistruttibile, non ne rimane offeso. Nell’immagine evangelica in questione, chi subisce l’offesa con il suo atto di volgere l’altra guancia assume verso l’aggressore la funzione di un vero e proprio specchio umano spirituale. Tale azione, nell’ironia della sua imprevedibilità, può effettivamente provocare uno choc, rivelando l’assurdità dell’atto aggressivo e penetrando fortemente nell’inconscio di chi lo compie, anche se la sua coscienza non avverte subito il senso dell’evento; dal profondo della coscienza il contenuto morale della risposta alla violenza opera comunque silenziosamente.


Quando Gandhi si lasciò percuotere insieme ai suoi seguaci dai soldati stranieri, il suo gesto fu non solo un “volgere l’altra guancia” ad una semplice offesa animica, ma una vera e propria resistenza passiva alla violenza fisica. Ai cronisti spettatori di quell’evento apparve subito evidente che la descrizione di quello spettacolo sarebbe riecheggiata nell’immaginario del popolo inglese, costituendo l’inizio della fine della sua dominazione sull’India, poiché tale dominio coloniale non era ispirato al puro e semplice sfruttamento di un altro popolo, ma conteneva anche un certo elemento di civiltà (sempre meno ravvisabile in successive ingerenze militari in altri stati...) che rese effettivamente possibile un sussulto di coscienza. Vediamo quindi che l’atteggiamento di Gandhi è stato non solo spiritualmente morale e simbolico, ma anche moralmente eroico perché conforme allo spirito evolutivo dei tempi, e non semplicemente improntato ad un idealismo autolesionistico.

Naturalmente nei casi in cui la violenza deriva da pura e semplice criminalità, da un completo ottundimento e stravolgimento della coscienza, come nei casi di fanatismo ideologico o di mafia, non avrebbe senso la resistenza passiva, che equivarrebbe ad invitare i dèmoni a sfondare delle porte aperte. Certamente una risposta attiva a questo tipo di violenza comporta, dal punto di vista di un cristianesimo cosmico esoterico, il contemporaneo sforzo di comprensione per la miseria umana e il perdono fondato sulla consapevolezza del “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. E qualunque sia il contenuto di tale risposta attiva, dovrebbe sempre essere aliena da sentimenti di orgoglio, di odio e di vendetta e intrisa di amore per chi si presenta come nemico, con lo sforzo di fargli comprendere la vanità del suo atteggiamento, cercando cioè di dare alla propria risposta anche un elemento di ‘effetto specchio’, proprio del “volgi l’altra guancia” nel senso descritto. Per giungere a tale atteggiamento interiore complessivo occorre soprattutto e in primo luogo confrontarsi e superare una paura ancestrale che giace ad un livello molto profondo nell’anima umana, e di cui tratto in vari miei scritti in diversi contesti.

Dobbiamo tener presente che l’uso della violenza verso i più deboli rappresenta un tentativo di rafforzamento dell’Io dell’aggressore, che si sperimenta interiormente debole e povero. Con ciò il violento avverte un fittizio senso di calore e sicurezza. Allora il recupero del criminale consisterà nel fargli comprendere la vacuità del proprio senso di forza, e che solo l’esperienza della socialità può veramente riempire il vuoto animico. Appare dunque evidente che oltre ad una resistenza non vendicativa alla criminalità occorrerebbe da parte dell’organismo sociale una paziente azione di cura verso la violenza, consistente nel diffondere la coscienza che questa è l’espressione di una forma di malattia , di cui tutti in diversa misura siamo affetti, e che solo in alcuni si manifesta in modo abnorme e dirompente. Quando tale coscienza sarà sufficientemente diffusa, i boss della malavita anziché sentirsi temuti o persino invidiati, si sentiranno pesci fuor d’acqua, come chi ritenendosi sano di mente si vede invece da tutti considerato malato (di illusioni, di megalomania ecc.) e comprenderanno l’assurdità della loro situazione molto più che nel caso di generiche condanne verbali fondate sull’odio. Detto in estrema sintesi, la psicologia dell’individuo (quanto più questo è orgoglioso) può tollerare di essere considerato ‘cattivo’, ma non di esser ritenuto pazzo o stupido. Si, una massiccia propaganda pubblicitaria e una corrispondente coscienza popolare diffusa che i mafiosi siano anzitutto dei malati di mente, contribuirebbe più di ogni altra cosa a minarne alla base l’organizzazione.

Se il “volgi l’altra guancia” è solo uno dei tanti passi del vangelo per cui l’immediata interpretazione letterale diventa fuorviante, come dobbiamo allora intendere le affermazioni di R. Steiner secondo cui i vangeli devono essere intesi “alla lettera”? Innanzitutto dobbiamo ricordare il concetto esoterico secondo cui nei testi sacri non vi sono annotazioni superflue, puramente colloquiali e descrittive, ma ogni frase ha una precisa valenza spirituale e morale in relazione alla situazione di cui si parla. Se ad esempio viene usata l’espressione “era l’ora sesta”, non si tratta di una semplice annotazione incidentale, ma si vuole sottolineare il fatto che in quell’ora precisa agivano particolare forze spirituali diverse che in altre ore del giorno.

Quando si dice che Nicodemo “andò di notte” a far visita al Cristo, si intende che fra i due, vi sia stato o meno un incontro esteriore, si trattò innanzitutto di un incontro sul piano spirituale, in cui la comprensione può andare oltre la coltre oscura (la notte) delle apparenze. Quindi i testi sacri, al di là del significato apparente, sono per così dire scritti in codice, per cui certe espressioni hanno un preciso significato occulto che si deve intendere come tale ogni volta che queste ricorrono in varie situazioni. Tenendo conto di ciò, possiamo ritenere che l’affermazione di R. Steiner debba essere intesa nel senso che i testi sacri si devono interpretare alla lettera, però secondo un codice preciso e sul piano spirituale, il che non esclude che molte volte l’interpretazione letterale sia da intendersi anche secondo il senso apparente o desumibile da una normale riflessione. D’altra parte, anche se Steiner parla diverse volte di “interpretazione letterale”, in un caso particolare, nel ciclo di conferenze “Le metamorfosi dell’anima” afferma invece che i vangeli non devono essere intesi letteralmente. Tali discrepanze si spiegano però con il fatto che in certi casi R. Steiner dà più importanza al senso complessivo di una sua lunga esposizione che non a quello di singole espressioni.

Quando poi nel vangelo viene detto: “Se dunque il tuo occhio destro ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te... e se la tua mano destra ti scandalizza, mozzala e gettala lontano da te ”, come dobbiamo intendere tutto ciò? Se cerchiamo di immedesimarci in queste situazioni in modo non genericamente spirituale, ma secondo la scienza dello spirito, riusciamo a comprendere che l’occhio o la mano fisica non possono essere occasione di peccato, in quanto sono perfetti strumenti elaborati dagli esseri spirituali al servizio dell’uomo. La tentazione al peccato non avviene sul piano fisico, ma ha origine nel piano animico-astrale, dove la percezione del mondo esterno viene inquinata dagli influssi luciferici ed arimanici. Allora possiamo comprendere come “strappre l’occhio” significhi in realtà sottrarre con forza di volontà sul piano animico la percezione dei fatti esteriori o corporei all’indebito inquinamento arimanico-luciferico, e “tagliare la propria mano” equivalga a dare un netto taglio, a rigettare le fantasie peccaminose che spingono la volontà ad usare la mano per compiere il male.

Possiamo quindi dire che in certe situazioni di tentazione occorre operare un vero e proprio ‘strappo’ o un ‘taglio’, che però devono avvenire sulla sostanza animica, non certo sul piano fisico.

Le varie forme di ascetismo ed autofustigazione che appartengono alla storia della cristianità hanno apparentemente trovato le loro motivazioni nel principio di ‘imitazione esteriore’ della passione di Cristo, non essendo stato compreso il principio esoterico dell’ ‘assunzione analogica’ dei comportamenti del Cristo in quanto archetipi da adattare in diversi modi a situazioni sempre diverse nelle biografie individuali. Così ad esempio è molto più cristiano sopportare con fermezza la derisione e l’insulto per le proprie opinioni che non coronarsi fisicamente il capo di spine, che, da parte del Cristo, di tale atteggiamento è stata per noi l’immagine archetipica. Dalla considerazione complessiva dell’immagine del “volgi l’altra guancia” e dalle altre immagini appena esaminate, possiamo vedere come di fronte alle tentazioni, e in generale rispetto al ‘cammino virtuoso’ cristiano, si possono assumere tre diversi atteggiamenti.

Si può cedere supinamente alle tentazioni. Questo, per quanto riguarda gli effetti sulle forze di opposizione e i loro dèmoni, corrisponde ad una forma di ‘resistenza passiva ideologica’ di fronte alla violenza delle tentazioni stesse, come quando si subisce la violenza senza reagire non tanto per una vera intuizione morale relativa alla situazione specifica, ma per un’adesione fideistica alla necessità di sopportazione. In questo caso (il cedere supinamente alle tentazioni) l’elemento ideologico di chi cede alla tentazione senza porsi problemi è succube dell’ideologia materialista, mentre chi applica la resistenza passiva nel senso suesposto aderisce all’ideologia di uno pseudo spiritualismo autolesionistico. Ciò significa comunque spalancare le porte alle forze di opposizione.

Si può invece cadere nell’eccesso opposto: ‘punire’ il proprio corpo con l’ascetismo, a volte fino ad punto che corrisponde ad una menomazione, ad un indebito ‘taglio delle mani’. Con ciò si crede di sconfiggere il demonio, ma non ci si accorge che in realtà lo si rafforza, perché si combatte così la lotta di un Davide perdente contro un Golia vincente. In altri termini, ciò che si ‘reprime’ senza limpide motivazioni, espellendolo dalla porta, rientra prima o poi dalla finestra in altre forme (generalmente come aggressività o depressione), e le potenze del male si ripresentano in tal caso più forti di prima.

Vi è infine l’ultimo atteggiamento, l’unico veramente consono al nuovo cristianesimo cosmico, che consiste nel superare le tentazioni per sviluppare coscientemente le forze necessarie ad assolvere con amore la propria missione e i propri compiti nella vita. Questo corrisponde contemporaneamente al distogliere il proprio occhio e la propria mano dal male sul piano animico-spirituale, e al “volgere l’altra guancia” al fine di fare da specchio alle stesse forze di opposizione. In questo caso non solo si progredisce individualmente, ma si contribuisce anche a redimere le forze dell’ostacolo e la schiera dei loro dèmoni. In tale atteggiamento esse non trovano né la via libera come nel primo caso, né l’opposizione rinforzante dello ‘sparring partner’ del secondo caso (il ‘Davide perdente’).

Veniamo ora alla considerazione di un altro detto evangelico particolarmente inquietante nella sua interpretazione letterale, ovvero il detto del Cristo: “Non sono venuto a portare la pace ma la spada”, ma chiariamo prima un altro detto della Bibbia che sembra in sintonia con questo nell’immaginario popolare, ma è più facilmente spiegabile dal punto di vista esoterico, ossia “occhio per occhio, dente per dente”. Riprendiamo con ciò anche il passo del “volgi l’altra guancia”, in cui questo si trova inserito. Nello stesso racconto entrambi sono preceduti dall’affermazione del Cristo secondo cui Egli non è venuto per abolire la legge ma a perfezionarla. Ad un’interpretazione esclusivamente exoterica dovrebbe risultare evidente la contraddizione per cui da una parte si dice che bisogna volgere l’altra guancia senza resistere al malvagio (la nuova legge) e dall’altra si ribadisce l’antica legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente” e vi si aggiunge apparentemente una giustificazione della guerra. Per quanto riguarda l’ “occhio per occhio, dente per dente”, l’equivoco interpretativo risiede nell’attribuire tale affermazione ad un proclama di deontologia umana (giustizia vendicativa), mentre si riferisce in realtà alla giustizia divina compensativa del karma che è priva di ogni intento vendicativo, ed è sempre educativa anche nel lasciar libero corso alle violenze umane.


Tornando ora al problema della pace e della spada, se non vogliamo giustamente accettare una sua interpretazione letterale in quanto giustificazione delle guerre di religione, questo ammette almeno tre possibili spiegazioni. La prima si basa sul principio del realismo e della libertà umana. In altri termini, il Cristo si sarebbe limitato, con uno sguardo preveggente sul futuro, a constatare che nel Suo nome gli uomini, nell’esercizio delle loro libere (= arbitrarie) scelte, avrebbero anche fatto le guerre di religione. Se si considerano i vangeli nel loro insieme, tale espressione, insieme all’altro detto relativo al “costringerli ad entrare” – che esamineremo di seguito –, sembra giustificare non solo le guerre difensive ma anche le campagne guerresche per la conversione forzata degli infedeli e per altri fini apparentemente cristiani, e sembra proprio una delle poche ‘mosche nere’ nel quadro pacifico generale di tutti i vangeli. La suddetta ipotesi interpretativa in questa situazione trova un’ulteriore giustificazione se l’osserviamo dal punto di vista di una concezione molto profonda del rispetto della libertà umana da parte del Cristo. Ciò significa in altri termini: se veramente gli uomini hanno il giusto impulso cristiano di pace e di amore che promana dai vangeli nel loro insieme, sapranno anche decidere liberamente di ‘mettere tra parentesi’ questi passi evangelici, per poi meditarvi.

Un’altra interpretazione verte sul significato della ‘spada’. Questa ha sempre due facce e due tagli e indica i due aspetti, le polarità universali presenti in tutte le grandi problematiche, enigmi e difficili situazioni umane, per la cui soluzione si richiedono scelte meditative che mettono in questione la pigrizia umana tendente a trovare sempre soluzioni di comodo (pace fittizia). Si tratta cioè sempre di scegliere tra soluzioni di comodo e decisioni coraggiose. Nell’antichità l’immagine della spada, data la diversa concezione della guerra, si poteva anche intendere come simbolo di attività coraggiosa, più che di semplice uccisione. In altri termini, la spada sarebbe in questo caso simbolo di decisioni ed azioni moralmente coraggiose. Si può anche in proposito pensare alla spada non in quanto rivolta agli uomini ma contro le forze del male, come nell’iconografia relativa a S. Giorgio e all’Arcangelo Michele. In questa visuale la spada può anche rappresentare lo strumento micheliano del pensiero cristianizzato che taglia le situazioni nel punto giusto e al momento giusto dividendo chiaramente il vero dal falso.

Vorrei infine citare al riguardo l’interpretazione data da Steiner, che per sua natura dovrebbe essere accettata o respinta ‘per fede’, oppure verificata interiormente ad un livello di ‘logica morale’ più profondo della logica alla base delle interpretazioni precedenti. Steiner afferma: “C’è un passo del vangelo di Matteo che di solito viene tradotto in modo del tutto sbagliato; sono le belle, sublimi parole: “Io non sono disceso su questa Terra per scacciarne la pace, ma per scacciarne la spada” (Mt. 10: 34). La più mirabile parola di pace è stata purtroppo stravolta nel suo contrario, nel corso del tempo. Il Cristo ha voluto imprimersi nell’esistenza spirituale della Terra al fine di liberarla da tutto quanto porta nell’umanità la discordia, la disarmonia. E la scienza dello spirito porterà pace, se riuscirà ad essere veramente cristiana, nel senso di unificare le religioni. Essa è in grado di unificare non solo ciò che è presente nelle religioni a noi più vicine, ma potrà portare pace su tutta la Terra, purché comprenda veramente l’azione del supremo fondatore della pace.

Non sappiamo se questa interpretazione sia basata unicamente su un esame filologico dei testi pervenutici o se sia anche confermata dall’indagine chiaroveggente di Steiner. Essa può comunque trovare una giustificazione nel fatto che il Cristo avrebbe lasciato alla libertà umana la responsabilità di introdurre nel vangelo l’aberrante traduzione poi invalsa. Ciò dovrebbe risaltare particolarmente verosimile a fronte del fatto che il vangelo nel suo complesso, con i suoi contenuti per molti versi inquietanti per i potenti, i violenti e i ‘ricchi’ di tutti i tempi, è stato preservato dalla provvidenza da una sistematica menomazione e manomissione che sarebbe altrimenti avvenuta ad opera dell’ispirazione del “Principe di questo mondo”. In ogni caso riteniamo che l’esame oggettivo del testo greco originale parli in favore dell’interpretazione di Steiner almeno quanto della traduzione corrente, e lasciamo al lettore e al biblista la decisione al riguardo. Il testo greco recita: “Mè nomisete oti elthson (non crediate che sia venuto a) balein (lanciare, gettare – ma anche: gettar via) eirenen epì ten ghen (la pace nel mondo), ouk elthson ballein balein eirenen allà makairan (non sono venuto a lanciare – o: a gettar via – la pace ma la spada).



Il quarto episodio riguarda la parabola del ricco signore che invita molte persone al suo banchetto, ma tutti gli invitati trovano all’ultimo momento scuse per non parteciparvi. Allora il signore si adira e dice al suo servo di portare in casa “i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi”. Dopo aver eseguito l’ordine, il servo dice al padrone che sono rimasti ancora posti a tavola. Allora il signore pronuncia la frase suddetta: “Va’ fuori per i viottoli e per le siepi e costringili ad entrare finché la mia casa ne sia piena”. Il problema naturalmente riguarda il termine “costringili”, che nel testo greco – anankeson – ha proprio lo stesso senso della traduzione corrente. Come abbiamo già accennato, il compelle intrare (costringili ad entrare) della traduzione latina, nella storia del cristianesimo è stato anche interpretato come giustificazione per la conversione forzata dei popoli non cristiani. Qui però è sufficiente immedesimarsi nel contesto storico del racconto evangelico per comprendere come la costrizione ad entrare non debba necessariamente indicare una violenza. Più verosimilmente si può pensare ad una semplice forte insistenza da parte del servo verso i poveri che certo non potrebbero facilmente credere di essere invitati al banchetto di un signore che forse non conoscono neppure. Inoltre, se fosse sostenibile il concetto della conversione forzata, perché il padrone di casa non avrebbe dovuto almeno fare pressioni o insistere perché fossero innanzitutto i primi invitati a partecipare effettivamente? Egli invece ne rispetta la libertà, e ciò vale anche per i poveri, i ciechi e gli storpi che, nonostante la ritrosia iniziale, saranno infine ben contenti di sedersi alla mensa. Infine a chi vuole interpretare il compelle intrare solamente sul piano spirituale, riferito alla conversione forzata alla fede cristiana, si potrebbe contrapporre l’idea che il banchetto può indicare anche e soprattutto un benessere materiale, per cui ad ogni conversione forzata dovrebbe almeno corrispondere un’elargizione materiale pari al livello medio della civiltà che opera tale conversione. Si dirà che per le strutture religiose cristiane attuali la concezione della conversione forzata appartiene ormai al passato, e che questa fa ancora parte in certa misura e per certi aspetti della cultura musulmana. Ma ciò che più conta per il nostro tempo è l’esistenza di una ‘religione laica’ che aspira ad esportare forzosamente i suoi valori, soprattutto la democrazia su altri popoli, concedendo però loro solo le briciole del proprio banchetto materiale per sottrarre ai convertiti quei beni che non hanno ancora saputo sfruttare adeguatamente.

Un altro episodio evangelico che sembra attribuire un atto di violenza (sia pure minore) al Cristo stesso, è quello della cacciata dei mercanti dal tempio. Se riflettiamo attentamente sul contenuto e sulla dinamica dell’evento, noteremo come gli atti del Cristo (un intruso tra i mercanti e i frequentatori del tempio) si sarebbero potuti svolgere in tal modo solo attraverso un’azione magico-paralizzante sulla volontà dei presenti, sulla loro libertà; altrimenti Egli sarebbe stato subito in malo modo estromesso dal tempio stesso. Né è verosimile pensare che la Sua presenza e le Sue parole abbiano avuto un effetto tale da produrre su tutti i presenti un esame e una metamorfosi di coscienza tale per cui essi coscientemente lo lasciassero agire in modo così evidentemente eversivo rispetto alle usanze invalse. L’ipotesi più convincente si situa ad un livello intermedio tra le precedenti, ed è quella affacciata tra gli altri da Emil Bock. Si tratta del fatto che tutto l’episodio descritto non sarebbe altro che un’immaginazione simbolico-archetipica suscitata nell’animo degli astanti dalla semplice presenza del Cristo, il quale non avrebbe compiuto nessuna violenza. Tale sequenza drammatica non sarebbe stata altro che la visione animica della conseguenza karmica di ciò che sarebbe dovuto succedere in base al loro comportamento passato e presente in relazione alla funzione spirituale del tempio. L’atto di coscientizzazione per immagini operato dal Cristo conformemente alla situazione animica del tempo e dei presenti, non avrebbe minimamente leso la loro libertà, costituendo anzi solamente un aiuto.



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Nei tempi antichi le guerre, nonostante il loro contenuto di sofferenze e sopraffazioni, avevano il significato evolutivo di stabilire sulle popolazioni nuovi impulsi di civiltà. Anche la storiografia exoterica ufficiale riconosce il concetto che i Greci, vinti e conquistati militarmente dai Romani, conquistarono la romanità a livello culturale nel senso ampio del termine. In precedenza Alessandro Magno aveva intrapreso la conquista del mondo non certo per fini di potere e di gloria come si intendono ai nostri giorni, ma dichiaratamente per fecondare il mondo di allora con i tesori della cultura greca. In tempi moderni la funzione della guerra ha perso gradualmente tale valenza, lasciando il posto ai suoi aspetti più negativi. Vi sono state certo eccezioni dal punto di vista della necessità storica evolutiva, come le guerre di liberazione e di indipendenza. In particolare non v’è dubbio che la seconda guerra mondiale sia stata ancora una guerra giusta per liberare il mondo dall’incubo del nazismo. Dopo di questa però quasi tutti i conflitti e gli interventi militari di uno stato su un altro sono stati conseguenza di una ‘degenerazione di civiltà’. Abbiamo assistito ed assistiamo allo sbandieramento di motivazioni idealistiche per tali imprese. Il caso dell’ultimo intervento in Iraq è forse il più emblematico, uno dei ‘segni dei tempi’ per eccellenza, con il suo corteo di sintomi traumatici precedenti (vedasi l’11 settembre) e susseguenti. Qui gli eventi dimostrano ad abundantiam che quando si vuole esportare una civiltà decadente non si fa altro che rafforzare gli aspetti peggiori delle altre civiltà. La logica dei tempi antichi non funziona più: i popoli conquistati non accettano più l’imposizione di valori cristiani o ‘umani’ solamente di facciata, e reagiscono con manifestazioni sempre più varie di violenza. Tra i molti commentatori radio-televisivi ascoltati, ho avuto modo di individuarne solamente uno che abbia espresso il concetto esoterico per cui i vari popoli hanno il diritto di avere la propria evoluzione, persino di “farsi la guerra in pace”. Un intervento di forza su un altro popolo, dal punto di vista spirituale potrebbe oggi essere giustificato solo se chi interviene ha un alto livello di civiltà, nel senso morale del termine, e se ha veramente le idee chiare (l’intuizione e l’inventiva morale) di come mettere a posto le cose.

L’apparente ingenuità e la debolezza di pensiero delle masse sembrano alla base dei fatti incredibili che avvengono nel mondo. Si potrebbe dire che un’ingenuità di massa disarmante arma le mani dei potenti. A tutta prima non si riesce a comprendere come tante motivazioni solo apparentemente idealistiche e sensate vengano continuamente ‘bevute’ anche dalle masse dei popoli occidentali, e continuino ad esserlo dopo i disastrosi risultati pratici. E’ quanto mai sintomatico che ogni volta che viene sollevata l’obiezione: perché rivolgere le armi contro un solo spietato dittatore e non anche contro tanti altri anche meno potenti? nessuno tra i fautori della “guerra umanitaria” risponda mai! Perché anche i più sottili sofisti e i più abili affabulatori comprendono intuitivamente di non avere argomenti credibili; e allora non resta loro che cambiare discorso. In realtà l’ingenuità di cui abbiamo parlato non sarebbe di per sé spiegabile se non fosse il risultato di pulsioni animiche più profonde. Cosa sta realmente attorno alla radura di vuoto mentale su cui non ci si vergogna di coltivare ingenuità ed ipocrisie di comodo? Certo anche un piccolo recinto di sentimenti positivi, ma più oltre un ginepraio di egoismi proliferanti sul terreno dell’orgoglio; però al di là di tutto v’è il cerchio di paludi e sabbie mobili della paura di fondo che tutto abbraccia e giustifica psicologicamente ogni comportamento. Tali comportamenti irrazionali fanno il gioco del Principe di questo mondo, il burattinaio che muove l’un contro l’altro armato i guerrafondai e i dittatori, i terroristi, gli opinionisti che rispondono a tutto tranne che alle domande essenziali; molti contendenti si ritengono acerrimi nemici; in realtà giocano tutti a favore del grande burattinaio. Nei tempi antichi la paura si vinceva col coraggio dei grandi condottieri che si spingevano nei territori estremi del mondo, di cui si diceva: “hic sunt leones”, e con la sete di conoscenza simboleggiata da Ulisse. Oggi l’umanità si trova ad una soglia in cui si confronta con la paura profonda che sempre rimane dopo la Caduta Originale. Le sabbie mobili dell’insicurezza e l’abisso della paura avanzano inghiottendo a poco a poco i paraventi e i recinti protettivi che si erigono per non voler affrontare i problemi alla radice. I grandi flagelli bellici, criminosi, terroristici e geo-meteorologici sono la grande sintomatologia, i pietosi campanelli d’allarme che la provvidenza divina dispensa sacrificando il dolore umano sull’altare della libertà umana perché con essa si possa scoprire il vero amore e la vera socialità. E’ una partita a scacchi che il mondo spirituale gioca con il Principe di questo mondo suggerendo alle orecchie degli uomini più o meno sordi per via meditativa strategie e tattiche affinché essi sappiano scoprire le giuste mosse. In questo gioco però battere l’avversario significa contemporaneamente redimerlo, e non si tratta di eliminare pezzi umani dalla scacchiera del mondo, ma di intessere una rete di forze spirituali fondate su una nuova percezione del pensare, del sentire e del volere. Il male non è più concentrato in Sodoma e Gomorra, ma è diffuso nel mondo. Per questo il mondo non sarà distrutto, ma alle tempeste dell’insensatezza umana guidate dalla lungimiranza della giustizia divina si può resistere erigendo torri di una nuova fede, e alla paura si può rispondere col fuoco dell’amore fondato su una nuova conoscenza dei fatti essenziali del cristianesimo cosmico. Nel buio della paura si può accendere il fuoco interiore che si alimenta da sé diffondendo luce e calore nel roveto tormentato del mondo, e risuona: “Io sono!”.



Quanto detto per molti passi dei testi sacri risultano inquietanti e di difficile interpretazione se vengono accostati coi nostri automatismi interiori senza apertura verso la loro simbologia pregnante, vale anche per i ‘segni dei tempi’. Per decifrarli e avere le giuste risposte occorre un’attitudine meditativa e il coraggio di rimettere in questione la culla delle nostre illusioni con cui, parafrasando un’espressione di R. Steiner, noi crediamo di conoscere il mondo, ma non facciamo altro che ‘sognare’ la realtà. Distaccandosi dagli incubi e dalle chimere del sogno, l’umanità ha ora la possibilità di varcare la soglia verso un nuovo mondo, il cui orizzonte ideale non sia più un museo delle cere in cui si conserva e rigonfia l’esistente, ma uno sfavillio di stelle che parla di nuove ‘qualità’.



Novembre 2003


NOTE

Le metamorfosi dell'anima. O.O. 59 – Editrice Antroposofica – Milano. RITORNA

fondatore della pace. R. Steiner, “Il vangelo di Matteo” – O.O. 123 – 12° conferenza, Berna, 12 settembre 1910 – Editrice antroposofica – Milano, 3° ediz., 1979. RITORNA



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