MANUSCRIPTUM

ONIR


Introduzione


Questo manoscritto di Fabre é solo uno dei testi da noi tradotti. Quando dico noi, indico un gruppo di persone che collaborano allo studio e alla pratica di laboratorio dell'alchimia. Contiamo di arricchire questo sito di scritti alchemici inediti in lingua italiana e da noi tradotti; considerazioni e riflessioni sull'alchimia; spunti operativi di pratica alchemica. Speriamo anche che questo sito possa divenire un luogo in cui si possano confrontare opinioni, considerazioni ed esperienze relative ai difficili e spesso oscuri sentieri dell'occultismo ed esoterismo occidentali.
Buona lettura.......
onir e compagni!

IL MANUSCRIPTUM AD FRIDERICUM

Ciò che per ragioni di comodità  chiamiamo il "Manuscriptum ad Fridericum" è in realtà un testo dato alle stampe senza titolo, un breve trattato di trentatré corti capitoli che Pierre Jean Fabre avrebbe fatto pervenire al duca Federico di Schleswig Holstein in data 15 maggio 1643. Questo testo di cui apparentemente non esiste più la versione realmente manoscritta, è sempre preceduto nelle edizioni latine che conosciamo da una presentazione di Gabriel Clauder, datata luglio 1690. E' pure sempre seguito da quattro lettere inviate ad un certo Hèlianthe  di Norimberga peraltro sconosciuto.
Per contro sappiamo che Federico, principe ereditario di Norvegia e duca di Schleswig Holstein dello Stormar e dello Osthmarsen, nato a Gotlorp il 22 dicembre 1597, era effettivamente un cultore dell'alchimia. Egli trascorse la giovinezza in Francia e si occupò del governo dello Scheswig Holstein a partire dal 1617, dopo la morte di suo padre. Malgrado la sua volontà di restare neutrale durante la guerra che oppose l'imperatore Ferdinando II al re Cristiano IV di Danimarca, col quale il suo ducato era confinante, egli dovette accogliere le truppe imperiali, il che gli valse di essere assediato a Gotlorp dal re di Danimarca nel 1629. Egli morì nel 1653.
Secondo Ferguson, era un uomo molto istruito che scrisse molte opere di alchimia, possedeva un laboratorio chimico nel suo castello di Gotlorp presso Schewig.
Michael Maier gli rivolse con dedica scritta il suo "Cantilenae intellectuales
de Phoenice redivivo&rdquo, pubblicato a Rostock nel 1622. La raccolta di testi intitolata
"Aurifontina chimica" comprende un suo testo in inglese di una quindicina di pagine intitolato  &ldquoUna strana lettera riguardo un Adepto, la sua curiosa scienza ed il suo tesoro". Infine si trova nei manoscritti alchemici di Newton una lettera datata 1656 attribuita al principe serenissimo Federico, duca di Holstein e di Schleswig.
 
 

LE EDIZIONI DEL MANUSCRIPTUM AD FRIDERICUM
 

Il testo latino del Manuscriptum ad Fridericum è accessibile in tre diverse edizioni, la prima è dovuta a Gabriel Clauder (1632-1691), medico sassone, i cui lavori vertevano soprattutto sul termoscopio, sulle ferite causate dalle armi da fuoco, sugli specchi e sulla storia naturale.
Egli prese le difese dell'alchimia contro gli attacchi di Atanasiokircher nella sua  "Dissertatio de tincture universali" pubblicata ad Altenberg nel 1678, per cui egli fa riferimento a più riprese alle opere di Pierre Jean Fabre. Egli cita in particolare quattro volte il "Manuscriptum ad Fridericum" che egli chiama segreto. Tre pagine prima della fine  del "De tinctura universali"  Clauder scrive: &ldquoIndubbiamente avevo promesso precedentemente di aggiungere alla mia presente dissertazione il manoscritto inviato al serenissimo Federico duca di Holstein dal celebre Pierre Jean Fabre, documento che spiega il vocabolario e i termini chimici con eccezionale perspicacia, degna di curiosità e poco banale, che giustifica che lo si raccomandi. Ma per ragione precedentemente indicata, riguardante  la fiera di Lipsia che è attualmente in corso, e a causa della promessa fatta in proposito a molti amici, sono costretto mio malgrado a differirne la pubblicazione e a riservarla ad altre occasioni.&rdquo  ( in piccolo  4° ).
Bisognerà attendere dodici anni perché Claude mantenga la sua promessa (pochi mesi prima della sua morte). Egli lo ricorda nel suo testo di presentazione del Manuscriptum ad Fridericum: &ldquoIo presento alla tua curiosità, onorevole lettore, come l'avevo promesso nel mio trattato sulla Tintura Universale, il manoscritto di un medico che vive ancora oltre la sua morte, P.J. Fabre&rdquo. Il testo uscì allora non in seguito al trattato di Clauder, ma nell'appendice della Miscellanea Curiosa dell'Accademia Imperiale Leopoldina dei curiosi della natura, associazione dei medici e scienziati di cui Clauder era socio e che pubblicava ogni anno a partire dal 1670, delle effemeridi raggruppanti i diversi lavori dei curiosi, seguiti da qualche testo straniero di cui avevano conoscenza. Si può considerare che tale pubblicazione costituisca l'edizione principe del Manuscriptum ad Fridericum.
La seconda edizione è la più diffusa, poiché si trova nella Biblioteca Chemica Curiosa di J.J. Manget , uscita nel 1702 e rieditata a Bologna nel 1977. Il Manuscriptum ad Fridericum vi si trova nel primo volume ( da pag. 291 a pag. 306 ), nella terza sezione tra il Lexicon Chimicum di William Johnson e l' Aedipus Chemicus di J. J. Becher, già citati.
La terza edizione del Manuscriptum ad Fridericum esce nel 1736 quando il nipote di Gabriel Clauder procede alla riedizione del trattato di suo zio con un titolo leggermente modificato: &ldquoLivre (schediasma ) de la teinture universelle&hellip.. inoltre la pagina del titolo annuncia che il testo di Clauder è seguito da altre tre opere: Il &ldquoTrés Célèbre Manuscrit de Pierre Jean Fabre explicant les obscurités de l'Alchimie avec une extraordinaire perspicacitè&rdquo. (Celeberrimo manoscritto di Pierre Jean Fabre che spiega le oscurità dell'alchimia con una straordinaria perspicacia); &ldquoLa dissertatio de medicina universali&rdquo di A. Gotlab  Berlich; l'epistola &ldquode Elixirio Sophorum&rdquo di Emmanuel Kolnig.
In questa edizione il testo di Clauder è lo stesso, con la differenza che il paragrafo con la promessa suesposta è soppresso. La fine del libro è invece modificata di nuovo e il manoscritto del Fabre viene così annunciato: "Si offre ora alla tua curiosità, onorevole lettore, il manoscritto promesso in questo trattato scritto dal celeberrimo medico del re di Francia Pierre Jean Fabre". Il seguito riprende nell'essenziale il testo che serve da prefazione nell'edizione principale. Il manoscritto è seguito dalle quattro lettere che ritroviamo nella Biblioteca Chemica Curiosa ma anche da un riassunto intitolato: &ldquoProcessus Fabri a  quodam Chimico contractus, et illustratus lectori communicatur&rdquo, in cui si  comunica il procedimento di Fabre ricevuto da qualche chimico ed illustrato al lettore che, in due pagine e diciannove punti riassume la fabbricazione della Pietra Filosofale. Viene infine un breve testo col quale Clauder considera che la curiosità del lettore è ormai soddisfatta.
Queste varie modifiche rispetto all'edizione del 1678, siano esse dovute a Clauder, in occasione di un'edizione intermedia di cui avremmo perso le tracce, o a suo nipote, inducono a presentare il testo di Fabre come perfettamente integrato nella struttura del testo del &ldquoDe Tinctura Universali&rdquo, mentre i testi di Berlich e di Koeing sono sistemati senza presentazione.
Il testo latino del Manuscriptum ad Fridericum si trova così ad essere la prima opera di Fabre tradotta in tedesco, poiché la traduzione delle opere complete non verrà terminata che nel 1713. Si deve considerare che se il Manuscriptum ad Fridericum è datato 15 maggio 1653, la sua menzione appare per la prima volta nell'opera di Clauder solamente nel 1678, per venir finalmente editata nel 1690. Perché tali ritardi? Dov'era il testo tra il 1653 e il 1678? Perché il Clauder attende dodici anni per pubblicare un&rsquoopera che egli annuncia come importante? Come se l'è procurata Clauder? Si trattava  realmente di un semplice manoscritto inviato a Federico, oppure era un&rsquoopera destinata alla stampa e che recava una dedica per lui? Si può rispondere parzialmente a quest'ultima domanda notando che nel capitolo venticinque Fabre scrive: "Ci resta ora da rendere soddisfazione a tutti, e in particolare al nostro principe Federico, duca di Holstein. E' solo con il suo accordo che abbiamo coordinato ed autorizzato la stampa del trattato&rdquo. Essendo Federico morto vnel 1659, sembra difficile che sia l'editore Clauder ad aver sollecitato e menzionato una tale autorizzazione. Bisogna dunque supporre che Fabre pensasse ad un'edizione che non vide mai la luce senza che noi si possa sapere il perché.

IL MANUSCRIPTUM AD FRIDERICUM E&rsquo AUTENTICO?

Sono questi interrogativi che hanno potuto dare peso all'avviso di R. Nelliche, che nel suo indice bibliografico segnala come sia a torto che il Manuscriptum ad Fridericum venga attribuito al Fabre, senza indicare le ragioni di tale opinione. Dobbiamo pensare che sia stato un errore di attribuzione? Ma si immagina male un Clauder che scrive il Manuscriptum ad Fridericum, quando si sia vista la modestia e la brevità dei suoi lavori; bisognerebbe d'altronde supporre in questo caso che i riferimenti alle altre opere di Fabre che contengono il Manuscriptum ad Fridericum siano stati aggiunti successivamente. Clauder potrebbe essere autore di un falso, venendo la tesi  del Manuscriptum ad Fridericum a confermare quelle del De Tinctura Universali.
Il tono delle due opere è però molto diverso, ma soprattutto il Manuscriptum ad Fridericum sembra  ben portare  il marchio del suo autore presunto, sia per lo stile piuttosto enfatico che lo caratterizza, sia per l'importanza che viene data alla decodificazione delle allegorie. Ma ciò che più conta, esso contiene riferimenti precisi ad opere anteriori dell'autore, se si tratta di un falso, è di eccellente qualità, ciò che non si trova nelle pratiche di quel tempo, si attribuiva volentieri i propri scritti ad un altro, per coprirsi della sua fama, ma non si provava per questo il bisogno di dare l'illusione che l'autore fosse il personaggio in questione.
E' il riferimento all'alkaest negli ultimi capitoli del Manuscriptum ad Fridericum che apporta gli elementi di apprezzamento più interessanti. Infatti come vedremo nel commentario del Manuscriptum ad Fridericum, questa nozione tratta dal vocabolario di Paracelso fu ripresa da Von Helmont e la si trova in seguito solo in trattati della seconda metà del XVII secolo. Il Manuscriptum ad Fricericum sarebbe così uno dei primi testi ad esporre le sue virtù e i processi di fabbricazione.
Possiamo forse domandarci se i capitoli in questione figurarono nel testo originale di Fabre o se furono  aggiunti in seguito da lui stesso poco tempo prima della sua morte, o da un altro. E' però possibile ammettere che, verso la fine della sua vita Fabre introdusse questo nuovo tema nella sua riflessione. Manchiamo certo di elementi che indichino con precisione per quali vie Fabre  abbia sentito parlare  dell'alkaest, però, essendosi recato nelle fiandre nel 1634, ha potuto trovare nei suoi viaggi delle relazioni che l'informarono circa i lavori di Von Helmont, e in particolare dell'uscita dell'Ortus Medicinae nel 1648. Questa opera che raggruppa la maggior parte degli scritti del chimico fiammingo, contiene infatti numerosi trattati che evocano l'alkaest.
Fabre ha dunque potuto prendere conoscenza di questi nuovi sviluppi della teoria alchemica molto prima dell'uscita della prima edizione di Von Helmont in lingua francese nel 1671. L'autenticità del testo sembra potersi stabilire con la citazione che viene fatta nell' &ldquoAurum superius et inferius, aurae superiores et inferiores hermeticum&rdquo di Bondin; al capitolo sette, in cui l'autore ricerca il momento opportuno per ottenere ciò che egli chiama l'oro dell'oro, che costituisce la sostanza metallica e di conseguenza il componente stesso della pietra filosofale, si tratta del ruolo che può giocare  l'alkaest.
Si constata allora una stretta parentela tra l'esposto di Bondin su l'or de l'or, e quello di Fabre sulla pure substance de la nature; certe frasi come &ldquoex liquor alkaest lapidum philosophorum confici potest&rdquo,  si ritrovano costantemente nell'uno e nell'altro testo fino al momento in cui Bondin dichiara:   "su questo argomento si leggerà con profitto il trattato di Jean Pierre Fabre, consigliere e medico del re di Francia, che finì per comporre per Federico, duca di Holstein, il 14 maggio 1653." -capitoli dodici e trenta dell&rsquoaurum superius.
Essendo l'opera di Bondin datata 1674, siamo in presenza del più antico riferimento che abbiamo incontrato nel testo del Manusciptum ad Fridericum, anteriore in ogni caso alle prime allusioni che vi fece Clauder nel 1678 nella sua &ldquoDissertatio de Tinctura&rdquo, e ora mi domando se questo scritto, di cui forse non esiste altro esemplare e che è per tale ragione molto raro, vedrà mai la luce. Sembra dunque veramente che verso il 1674, Bondin abbia potuto consultare il manuscriptum ad Fridericum allo stato reale di manoscritto, quale Fabre voleva farlo pervenire al duca Federico. Infatti se crediamo a Ferguson, Bondin divenne membro dell'Accademia Naturae Curiosorum nel 1673 con il nome di Hermés. L'opera di Fabre sembra aver goduto di un certo prestigio fra i membri di tale società scientifica, in cui il Manuscriptum ad Fridericum avrebbe dovrebbe circolare nel corso degli anni che hanno preceduto la sua pubblicazione.
G. Clauder, che era membro di quella società con il nome di Théseè (Teseo), fece qualche anno più tardi la stessa constatazione di Bondin, ma fu solo nel 1690 che egli si decise a far pubblicare il trattato di Fabre nell'organo dell'Accademia dei curiosi della natura.
 
 

L'ORGANIZZAZIONE DEL MANUSCRIPTUM AD FRIDERICUM
 

Una prima lettura del Manuscriptum ad Fridericum lascerebbe pensare che il testo non si presenti in forma di un&rsquoesposizione lineare, ma che riprenda le stesse spiegazioni adottando ogni volta come punto di partenza una modalità di espressione differente; l'esposizione gira intorno alla nozione di Pietra dei Filosofi nei primi nove capitoli ed a quella di mercurio negli otto seguenti. E' poi la decodificazione delle allegorie che unifica i capitoli dal diciottesimo al ventiquattresimo, mentre gli ultimi capitoli riprendono l'argomento a partire dalla nozione di alkaest; ma esiste di fatto una reale progressione del testo la cui argomentazione si articola attorno ai capitoli dieci e venticinque.
I primi nove capitoli costituiscono l'esposizione della dottrina alchemica fino alle spiegazioni riguardanti il mercurio e lo zolfo, principi che compongono la Pietra Filosofale. Il capitolo dieci, sul sale, svolge un ruolo essenziale nella misura in cui si introduce un nuovo concetto propriamente Paracelsiano e si fa carico di mostrarlo in un modo che, comunque, non sconvolge il corpo della dottrina tradizionale così come è stato presentato.
A partire dalla comprensione del ruolo fondamentale del sale la cui esposizione si prolunga fino al capitolo undici, è possibile rendere conto delle varie operazioni che sfociano nell'elaborazione della Pietra Filosofale. Tali operazioni vengono in seguito rappresentate in modo simbolico.  Il capitolo venticinque precisa però che è solo a partire da quel punto che si indicherà come deve essere realizzata la Pietra dei Filosofi.
Questo era certo già l'oggetto dei capitoli precedenti ma con un diverso intento: allora si trattava, mostrando che la Pietra si può fabbricare, di confermare che un tale prodotto si può effettivamente incontrare tra le cose esistenti e che tale esistenza non è solo simbolica. Fabre, dando il senso dei simboli alchemici, intende provare che ciò a cui si mira sono dei processi chimici reali.
Una volta realizzato questo passaggio dalle immagini ai concetti che guidano la pratica, è possibile precisare a partire da cosa si ottenga la Pietra, ovvero quale sia la materia prima che deve essere lavorata secondo le operazioni descritte in precedenza. Questo è l'oggetto dei capitoli dal venticinquesimo alla fine, ove si tratta della sostanza pura o quintessenza e poi dell' alkaest.
 Così si realizza il congiungimento tra le nozioni antiche e le nozioni nuove.
Il testo del Manuscriptum ad Fridericum di Pierre Jean Fabre, quale ora leggeremo, è quello dell'edizione del 1702 del Manget nella Bibliotheca Chemica Curiosa. Ne ho rispettato l'ortografia, la punteggiatura, l'accentuazione e l'utilizzazione delle maiuscole, anche quando possono sembrare non corrette. Ho comparato l'edizione di J. J. Manget a quella di Clauder nella Miscellanea Curiosa dell'Accademia imperiale Leopoldina dei Curiosi  della Natura del 1690 ( Annotata 1690 ), che ho potuto consultare alla biblioteca nazionale.
Ho aggiunto al testo della Biblioteca Chemica Curiosa le frasi, o parti di frasi, che figurano solo nelle due altre edizioni, poiché la loro omissione da parte del Manget dipendeva evidentemente da un errore dell'edizione. Ho infine apportato modifiche al testo di Manget ogni volta che la dizione presentata dalle altre edizioni si imponeva per ragioni di senso o di grammatica. Tali modifiche sono indicate in fondo al testo latino mentre le noti in fondo alla traduzione servono a giustificare certe scelte o a chiarire il senso letterale del testo di Fabre.
Tutte le altre spiegazioni verranno trattate nella terza parte di questo libro.